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di Jennifer Egan, da A Visit From the Goon Squad, capitolo 12.
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Nel giugno del 1997 me ne stavo sepolto a Braunschweig per certe ricerche. Seppellito nella foresteria di una biblioteca tumulata a Braunschweig. Gli svaghi erano andare in bici alla stazione a comprare il Corriere, mangiare Kebab e inghiottire gli asparagi bianchi di una bibliotecaria che m’invitava a cena. Un giorno esco, vado al negozio di dischi e cerco qualche novità. Tornai a casa con OK Computer dei Radiohead e Ladies and Gentlemen… degli Spiritualized. Non mi sollevarono il morale, però che capolavori. #epifanie
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Dopo tre ore e mezzo di valchirie incestuose mi sono convinto che, nell’orribile famiglia di Wotan, l’unica che si salva è Brunilde.
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Parigi val bene una mostra, per i fan del menestrello Zimmerman. In questa (Bob Dylan, L’explosion rock 61-66) in corso alla Cité della musique c’è molto di molto. Le splendide foto di Daniel Kramer, che puntò sull’artista sconosciuto al Greenwich e l’accompagnò in un’ascesa tutta in bianco e nero. Foto ancor più primordiali, quelle che ritraggono un cinghialetto teen del Midwest, prima di sbocciare e smungersi sulla costa, prima di farsi Bob Dylan. Tracce audio e video fino all’eruzione della svolta rock: 1965, Newport, i buuuu dell’audience folk e lui che incurante elettrifica Like a Rolling Stone (c’è il video integrale, affisso in una sala ad hoc/ad rock, scura, da percezione e meditazione).
L’eccezionale film londinese Don’t look back di Pennebaker: testimonianza della tournee in UK che rende del tutto superfluo (esteticamente) l’episodio di I’m not there ad essa ispirato (solo una copia e nient’altro che). E poi un gran varietà di chitarre Martin, Fender, Gibson, tutte arpeggiate e riffate a suo tempo dal menestrello Bob. Taglio temporale: 1961-1966 (con un po’ di radici “a monte”): gli anni dell’esplosione, della definizione d’una identità artistica. Gli anni migliori. Per me, da accorrere in massa.
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