Città distrutte, il primo libro

cittadistrutte

Premio Mondello Opera Italiana e SuperMondello 2012
Finalista Premio Napoli 2012, Premio Volponi 2012
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E’ il mio primo libro di narrativa. Una raccolta di racconti uscita a gennaio 2012 per Gaffi editore. Per informazioni, indice, fonti, rassegna stampa, video e premi rimando al sito del libro: cittadistrutte.com.
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CONTENUTO E CRITICA
Un regista sovietico esule in Italia è artefice e vittima della propria solitudine. Una ragazza argentina, negli anni della dittatura, mostra ai militari di Buenos Aires un coraggio impulsivo e ingenuo. Un giornalista siciliano matura attraverso il fascismo e una democrazia imperfetta. Un bracciante molisano insegue la redenzione dalla povertà della sua terra. Un diplomatico prussiano trova il proprio destino di filosofo mentre Roma cade, presa dalle truppe di Napoleone. Una poetessa infelice prova a riscattarsi in una scrittura frammentaria ed emotiva. In Città distrutte rielaboro il genere biografico mescolandolo alla finzione. I ritratti si basano su fonti edite, materiali d’archivio, fatti documentati, ma li rispettano fino a un limite preciso, varcato il quale il lettore è testimone di un tradimento: la ricostruzione saggistica cede il passo all’invenzione.

«“Città distrutte. Sei biografie infedeli” è prima di tutto un libro sorprendente: per l’idea costruttiva, per il tono della voce narrante, per lo stile della prosa, infine per essere l’esordio tardivo di uno scrittore di 43 anni nel quale coabitano tratti raffinati e grezzi, gli uni e gli altri ravvivati da un talento sovrabbondante. Sono sei biografie apocrife, reinventate di sana pianta – ed è una pianta frondosissima – a partire da lunghe immersioni di autore onnisciente in archivi e in atmosfere di ampia inarcatura storico-geografica, dall’Argentina dei desaparecidos all’Unione Sovietica del socialismo reale, dal Molise delle prime battaglie sindacali alla Roma papalina di primo Ottocento. Con le sue frasi febbrili e stantuffanti, con le sue sventagliate di metafore, la scrittura frastagliata di Davide Orecchio, onnidirezionale come un volo di zanzara, dà vita a una vasta reticolatura d’invenzioni narrative e accensioni liriche. Éster Terracina e Valentin Rakar (per citare soltanto due tra i sei biografati) daranno ai lettori ciò che essi cercano in ogni racconto, la resa felice al ritmo di una storia.»
(Massimo Onofri, Domenico Scarpa, Emanuele Trevi – giurati del comitato di selezione, Premio Mondello 2012, XXXVIII edizione).

«L’esordio di Davide Orecchio ricorda il grande W.G. Sebald nei suoi Gli anelli di Saturno e Gli emigrati.»
(Frederika Randall, Internazionale).

«Il suo stile somiglia a una frana, al gesto bulimico di chi divora il tempo perché ne è ossessionato, e a ogni nuova pagina fa scorrere la bobina sempre più in fretta, mimando l`inadeguatezza della scrittura davanti alla vita.»
(Matteo Marchesini, Il Foglio).

«Il lettore è perennemente in sospensione, la prestazione che gli viene richiesta è una geometria variabile tra l’ansia e l’abbandono. La stessa in cui si aggirano i protagonisti dei racconti. Tema e struttura, visione e artificio si saldano perfettamente. (…) Un lento soccombere a una lotta vana ma non indecorosa, resa in una scrittura di grandi mezzi, innervata di continui cambiamenti di ritmo, pause riflessive e accelerazioni vertiginose, con un materiale metaforico di prim’ordine, mai esornativo, sempre aderente all’oggetto.»
(Daniele Giglioli, Corriere della Sera).

«Non ci sono molti scrittori, oggi in Italia, che scrivono così bene.»
(Giovanni Dozzini, Europa).

«Una scrittura antigenerosa, antipietistica, che non si presta a facili inviti, severa e insieme scorrevole (addirittura colloquiale): ha come un’anima interna, una struttura di ferro che ne regola i ritmi, i toni, i movimenti.»
(Angelo Guglielmi, L’Unità).

«Un libro di solida e insolita compostezza formale, dalla scrittura abilmente scolpita da una ritmica esatta.»
(Angelo Ferracuti, L’Indice).

«… Memorie di famiglia e pratica da bravo storico compiono un piccolo prodigio narrativo, sostenuto da una lingua sempre elaborata che a scarti improvvisi ci porta sull`abisso di cui hanno fatto esperienza le tipologie umane che Città distrutte ben illumina. Da germanista Orecchio sa che i suoi ritratti sono prossimi a quelli di Gli emigrati di W.G. Sebald, senza sfigurare.»
(Michele De Mieri, La Domenica del Sole 24 Ore)...

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