In libreria: Città distrutte (il Saggiatore)
Mio padre la rivoluzione (minimum fax)
Web: Nazione Indiana

Blog

Due citazioni

«Di’ sempre la verità. Non parlare mai di te. Sii breve. Tralascia ciò che va tralasciato. Non puntare mai sulla forza del qui pro quo. Non rivoltare verso l’esterno ciò che è all’interno. Non guardare allo specchio. Non temere. Nel caso in cui inventi qualcosa, inventala con onestà»
– Felicitas Hoppe.
«Il fatto è che a me interessano più i colpi di scena delle parole che non i colpi di scena dei fatti»
– Gesualdo Bufalino.

Ma alla fine quanto è grande quel cranio?

Qui perplesso sul tragitto verso la mummia di Lenin. Dopo la schiera di tombe dei bolscevichi. Avendo visto fiori inauditi sulla cripta di Stalin. All’ingresso del mausoleo le guardie ci scortano nella discesa. Dove è il corpo imbalsamato è come sottoterra. Dai gradini si declina verso la dimora della conservazione. Transitando si deve aver freddo, si deve perdere lentamente la visibilità, dobbiamo inciampare. È così che si arriva nel posto che non è ancora il nostro. Nella camera del freddo e del buio

Un paese meraviglioso

Sabato scorso sono partito per Lecce, in automobile dal Lazio. Andavo a ritirare il premio della rivista “Gli asini”. Sono andato ad ascoltare Goffredo Fofi e, tra gli altri, gli storici Bruno Maida e Enzo Traverso, e a spiegare qualcosa di quello che scrivo. Nelle terre di Alessandro Leogrande, tra i suoi amici della rivista, che lo hanno spesso citato, evocato, commuovendosi, per tenerlo ancora presente nello spirito del lavoro, della ricerca, del cammino di un gruppo e di una comunità di persone

Alcune foto dai giri per l’Italia

In viaggio tra Venezia e Cornuda, Jesolo e Catania, Bologna e Roma e Perugia, Asiago, Cortina e ancora Venezia. Provando a parlare di «Mio padre la rivoluzione». Al fianco di scrittrici e scrittori che stimo, e di buon carattere, e di compagnia piacevole. Insomma: l’inopinato itinerario del Premio Campiello

Mica posso sparire perché non sono morto

Ho vent’anni; la storia digerisce Coloccini. Lo incontro nella mia città per desiderio di lavoro, correggo bozze da lui e sono il pasto che l’avventura non assaggia, non mastica, vomita semmai. La storia, la donna condanna alla castità quello che sta a sinistra del Muro, anche a destra del Muro, tra le sue macerie, felice, ferito, senza timone e senza storia – me. Per Coloccini (il tipografo, l’esule) è diverso: lui la racconta come l’ha vissuta ed è un portatore sano di tracce, ricordi, commiati, massacri, estirpazioni di esseri umani, sradicamenti di esseri umani, potature di speranze, avvelenamenti di progetti…