Bio: ci sto lavorando. Libri: «Città distrutte», «Stati di grazia». Web: qui e su Nazione Indiana

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Adesso c’è bisogno di dire

«Adesso c’è bisogno di dire. Lo capisco al volo. Stormi di rondini nell’aria. Nadja che vola. Ho bisogno di toccarla, forte. Devo sentire la carne, il becco, la squama d’ali. Le prendo una mano. Le premo un ginocchio. Le prendo la mano destra fra le mie mani destre. Non capisco più il verso delle cose, mi sfugge d’un tratto la piega degli eventi. È una piaga inenarrabile. Le tiro le dita, una a una, forte. La tiro fuori tutta, dal suo involucro di sposa in blu, O almeno vorrei. Faccio i capricci anch’io, finalmente. Le premo le dita sottilissime, fine…

radici

Pasolini: nessuno di noi ha radici

1 luglio 1959 «Ho cenato con Pier Paolo Pasolini, per discutere sul romanzo Una vita violenta. […] Mi ha colpito come Pasolini fosse riuscito a raccontare le borgate romane dopo essere stato tanto intriso del Friuli. Dal dialetto romano al gergo romanesco. “Come hai potuto immedesimarti in due realtà tanto diverse? Quali sono le tue vere radici?”. La mia domanda prima lo diverte poi lo intristisce. Mi spiega con dialettica convincente tra paradosso e ragione che nessuno di noi ha radici. Quello delle radici è un luogo comune. “Nessuno di noi ha radici: chissà da dove veniamo. Le radici le…

calvino

Due cose in cui ho creduto e continuo a credere, vorrei segnare qui

«Almeno due cose in cui ho creduto lungo il mio cammino e continuo a credere, vorrei segnare qui. Una è la passione per una cultura globale, il rifiuto della incomunicabilità specialistica per tener viva un’immagine di cultura come un tratto unitario, di cui fa parte ogni aspetto del conoscere e del fare, e in cui i vari discorsi d’ogni specifica ricerca e produzione fanno parte di quel discorso generale che è la storia degli uomini, quale dobbiamo riuscire a padroneggiare e sviluppare in senso finalmente umano. (E la letteratura dovrebbe appunto stare in mezzo ai linguaggi diversi e tener viva…

operai

L’inverno pareva un’unica lunga notte

«L’inverno pareva un’unica lunga notte; e la città sentiva intorno a sé il vuoto aspro della campagna, si ripiegava su se stessa per non perdere il poco tepore del suo alito. La redazione del Politecnico era allora non lontana dalla cappella dell’antico lazzaretto manzoniano, in un quartiere ch’era diventato il porto di mare dei camionisti, allora re delle strade, e dei borsari neri; fitto di donne, di osterie, di sale da ballo. Dagli alberghi di piazza d’Annunzio, dove, con i loro carri armati al parcheggio, stavano acquartierati, calavano al crepuscolo i militari occupanti. Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano…

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Città distrutte cinque anni dopo

A quasi cinque anni dalla sua uscita, Città distrutte suscita ancora qualche riflessione. A cominciare da quelle di Riccardo Castellana che, in un saggio notevole su La biofiction. Teoria, storia, problemi, pubblicato su «Allegoria», 70-71, osserva: «Per Città distrutte, a rigore, non dovrei parlare di biofiction, perché nessuno dei personaggi di queste sei biografie infedeli porta il nome di una persona reale: è assente cioè il nome proprio come “designatore rigido”, direbbero i filosofi del linguaggio, capace di assicurare il legame tra la persona reale e la sua “controparte” finzionale. Eppure, credo che in questo caso l’eccezione possa essere giustificata dal…

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DeLillo, Antonioni

Ha una voce gutturale, liquida, roca. Racconta Deserto rosso di Antonioni. Dice i colori del film. Rosso, amaranto, rosa, viola, nero, grigio. Descrive persone, paesaggi. Le parole s’impastano nel catarro, sembrano fragili quando scorrono su per la fiala del collo. Nel crogiolo c’è un’ebollizione. I due antipodi sono il coagularsi e lo squagliarsi: delle parole. Ma riesce sempre. S’inceppa solo due volte. Prosegue. Il testo è una chimica. A volte dimentica la necessità del microfono. Ora siede, risponde alla domanda, scorda il microfono sulla coscia, tira su il microfono con un gesto geometrico, per parlare ti serve il microfono, lo…