Stati di grazia

Stati di grazia, il Saggiatore 2014,  pp. 309, 16 euro.

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UN ROMANZO DI RACCONTI

Il passato modifica anche me. Mi estenua e rivolta contro le domande che offro. Si ficca nel letto per graffiarmi i piedi e poi scappare come un cucciolo pieno di rughe, uno nato vecchio e mai cresciuto, la mummia bonsai. Poi trascorre sui volti delle persone presenti che ogni tanto, ricordando ad alta voce, danno fiato a ieri o alla versione di ieri mandata a memoria. Ma le storie che ho raccontato in questo libro, pur se ispirate a fatti reali, sono frutto della mia immaginazione. I personaggi: di fantasia. Ogni riferimento a persone realmente esistite: puramente casuale.

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SICILIA, 1954 – 1955
ARGENTINA, 1955 – 1976
ROMA, 1976 – 2006

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Cosa ne hanno scritto:
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«Orecchio prosegue la propria ricerca, innalzandone impavido il grado di virtuosismo e, insieme, l’ambizione etica. Anche qui brilla la sua lingua – sensualmente aderente alle più minute vibrazioni corporee e affettive» (Andrea Cortellessa) – «Orecchio è la dimostrazione che la nostra narrativa più carica di futuro non vive della invecchiatissima dialettica, tutta linguistica, tra infrazione e tradizione, ma è decisamente emigrata su un campo che è, soprattutto, gnoseologico» (Massimo Onofri, Avvenire) – «La narrazione è trascinante, i personaggi vividi, squadernati ma rispettati e mai giudicati. Poi c’è la lingua. Sontuosa, tesissima, mai sciatta: il corpo, non il vestito del pensiero» (Daniele Giglioli, La Lettura/Corriere della Sera).
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«Un libro eccezionale. Una prosa che coinvolge e stordisce» (Giuseppe Genna) — «Questo è un libro che ricerca la grazia, che ha il coraggio di avere una rotta, ed è scritto da una delle penne più interessanti lette in questi anni» (Fabio Donalisio, Blow Up.) — «Stati di grazia si pone al centro della narrativa italiana contemporanea con tutto il suo imprevedibile equilibrio danzante di parole e storie» (Doppiozero).
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«Davide Orecchio è uno scrittore profondamente tragico: egli mette delle singole vite “normali” al cospetto dei grandi drammi della Storia» (Andrea Tarabbia, L’Indice) — «La lin­gua è molto ela­bo­rata, frutto di un lavoro, di una ricerca let­te­ra­ria assai rari negli scrit­tori della gene­ra­zione di Orec­chio: sem­pre densa, ricca, piena di sim­boli, ma anche corporale, sen­so­riale, fatta di odori e sapori» (Angelo Ferracuti, Alias/il Manifesto).
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«Una lingua di straordinaria forza inventiva e poetica. Molti i personaggi (e i luoghi e le situazioni) che ti restano dentro» (Andrea Carraro, Il Messaggero) — «Davide Orecchio si rivela tra gli scrittori italiani più originali. (…) Una storia che chi legge deve comporre usando granelli di memoria e testimonianze sparsi nel romanzo» (Frederika Randall, Internazionale) — «Che Davide Orecchio fosse uno scrittore importante lo si era capito da subito» (Andrea Caterini, Succedeoggi.it).

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UNA COLLEZIONE DI ESILI.

Questa raccolta è un elastico che si allunga nella capsula del tempo dove gli accadimenti che noi assegniamo per convenzione al passato, al presente, al futuro si registrano, imprimono e diventano fossili, dati da recuperare o destare. L’elastico conduce esili. Partenze. Ritorni. Ci si può sentire esuli nella propria città e nella famiglia che si abita. Soli, ossessionati. Ci si può sentire alieni nel proprio lavoro, poveri, schiavi dell’economia; e scegliere il viaggio. E’ la fuga. L’esilio economico. L’ultima moltitudine che lo intraprese tra l’Italia e l’Argentina s’incista tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta del Novecento. Ma l’elastico si muove, non mette radici. C’è ad esempio l’esilio politico. Vent’anni dopo, scoccato il golpe del ’76, inizia il dispatrio. Una nuova vita spesso nell’ombra di Roma. La collezione di storie si tiene nella colla di uno e uno solo: il minatore, l’emigrante, il bracciante, il personaggio uomo italiano che li testimonia (gli altri) e che loro testimoniano.

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. ALCUNI PERSONAGGI/LE STORIE

Angela e Paride Sanchis

Angela cucina timballi che m’assomigliano col fatto di afflosciarsi nei giorni e marcire e per il risucchio della salsa fin troppo acquosa. Sono il naufrago del condimento. M’aggrappo alle zattere di mozzarella, alla melanzana. Navigo il sugo senz’arrivare. Affiorano capperi, olive cadavere. Io sono la foglia del basilico scheletro. Io sono unto, sgualcito, sapido e annego. Pronuncio l’addio e il buon appetito. Profetizzo il mio andare a male, coltivo il disprezzo non etico dell’insegnante che ero.

L’altro Paride

A trent’anni saluta i suoi morti, il nero della valle di Enna, il lezzo dell’antimonio e spreme i ricordi sul labbro ed è già buio, si getta dal buco dov’è cresciuto verso il passaggio della vecchia vita che guida alla nuova col nome nuovo, sente la spinta, il travaglio, nasce e niente più argano, calcherone, fiato della discenderia, ustioni sul corrimano, punte di trapano, scoppi della dinamite, nudità sotto terra perché lascia l’isola.

Diego Wilchen

Il cucciolo già mostra l’infrangibile Wilchen. Otterrà, per spezzarlo, amore e, per deluderlo, seguito. Nelle sue parole bellezza. Carisma persino sui denti e le labbra, e dai contorni degli occhi. Dilapidare carisma. Sperperare traguardi. Fiondare orizzonti nel bosco come si perde una palla da golf. Smarrire destini politici, la rivoluzione del noi, come l’abito che l’adolescente trascura. La trasandatezza del germoglio. Il rampollo che cresce spietato. La noncuranza per quel che resta in tasca. L’imperativo di procedere, agire, convincere, decidere.

Aurora Maturáno

Ascolta. Ho rinnegato mio padre. Ho dimenticato mia madre. Imbracciavo un’arma. Resistevo ai violenti. Ora che ne ho quaranta e sposto gli occhi sulle due scapole, che sia lo sguardo a parlare, scendendo nel pozzo di ieri.

Johnny Tossi

Dopo cena s’addormenta sul divano senz’accorgersi, sviene. Il petto si è afflosciato. La pancia sporge come una gobba. Sulla schiena e dalle orecchie spuntano nuovi peli. È pigro. Quando è in piedi ha voglia di dormire; ma quando dorme, dorme poco e male. Non ricorda più i sogni. Guarda le donne senza desiderio, dall’alto di una sazietà inventata. Non è mai tornato in Argentina. Restano con lui i panini con la salsiccia, i pomodori al riso, le lasagne e la trippa. Pochi soldi: come ieri, come oggi, come sempre.

Arturo Coloccini

Ho vent’anni; la storia digerisce Coloccini. Lo incontro nella mia città per desiderio di lavoro, correggo bozze da lui e sono il pasto che l’avventura non assaggia, non mastica, vomita semmai. La storia, la donna condanna alla castità quello che sta a sinistra del Muro, anche a destra del Muro, tra le sue macerie, felice, ferito, senza timone e senza storia – me. Per Coloccini (il tipografo, l’esule) è diverso: lui la racconta come l’ha vissuta o pretende ed è un portatore sano di tracce, ricordi, commiati, massacri, estirpazioni di esseri umani, sradicamenti di esseri umani, potature di speranze, avvelenamenti di progetti e contamina col morbo dell’indignazione, trasmette l’infezione della memoria.

Matilde Famularo

Protesta per i diluvi di Buenos Aires, gli stupri, la sordità, il vomito, la morte, la vita non goduta, lo schiavismo, le mutande strappate, le calze strappate, le tenerezze mai conosciute, la madre che non ebbe tempo, la prigionia del lavoro, la libertà dei ricchi, le percosse e annuncia: «L’Indegno sia fracassato in ogni suo osso e rimbalzi mollemente verso la latrina per tramutarsi in merda, ma gli resti il naso così che possa annusarsi. A ogni capo taglino la testa e poi piscino in bocca. Al Capo dei capi taglino a fette il sedere come un prosciutto. Alle donne che fanno finta di non sentire quando l’Indegno mi sventra strappino le unghie e gliele ficchino dove so io. A mio padre che non ha mai scritto da che sono partita, che non chiede e non offre io auguro che i polpastrelli divengano braci».

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. ALCUNI LUOGHI/LE STORIE

La miniera

Al ponte sul Salso giro giù per la stradella e nella carrareccia sceso dalla bici per non cadere sul terreno argilloso, non più arido e non ancora fango come se avesse piovuto da poco ma non abbastanza per scoraggiare secchezza. Spingendo la bici terminato al traforo dov’è la roccia dove il ponte poggia. Lasciato le ruote per terra. Cammino un poco soltanto e la vedo. La miniera. Vedo tutti. Mai visto tanta gente al lavoro. File di uomini sorgevano al buco. Altri uscivano dalla forgia. Cerchi di gente disordinavano ai forni. Velluti di un addome messo a rovescio. L’odore della sostanza gonfiava la forra.

Il monte

Si disperde la nebbia, la luce s’accende contro le rocce sabbiose del monte Capodarso che avvisto, contro la diga verde del Capodarso rivoltato verso il cielo ma ora nell’alba dopo la nebbia più marrone secco che verde; né dimentico il rosso della terra che m’accompagnava come la corsa di un cane. Da qualche parte stavano a galla in stagni nascosti folaghe e tarabusi beccuti, stanchi per aver volato tra gole d’ambra e di ardesia. Barbagianni, assioli e aquile erano le spie delle rupi; con gli artigli una poiana mi segna. Le ruote della bicicletta sono bianche del calcio calcarenitico, capodarsico e il monte sembra mio padre, mi ci arrampico come da bambino sulle spalle di mio padre e ripeto: per la paura di quanto corro a vedere sono vivo nel corpo e tremo. Nel fiato grosso.

Enna

Nel fortilizio che è la mia città ascoltato i latrati delle donne erompere dalle case da basso contro i bambini dispettosi e i bambini abbaiare contro le donne latranti. Testimoniato la guerra nei vicoli di donne malcerte e bambini forti nelle voci da sembrare neonati.

Argentina, il vino

Nell’ombra delle montagne la vendemmia del cinquantasei è già nel suo pieno. Ora prende ordini, racimola i graspi, affonda il raccolto sulla schiena delle cestone (sommersi dalle còfine piene di grappoli, i muli s’incamminano verso la tenuta), pulisce i locali, spazza i resti delle vinacce, abbonisce le botti, sgromma i tini e il parmentu, disinfetta le damigiane, impara a infiascare e spillare, a zaffare e zipolare i barili. Mangia il mestiere, che sedimenta. È un ladro di gesti e parole. S’incanta davanti ai filari. Nel lavoro dimentica i morti.

Argentina, lo zuccherificio

Non spunta ancora il sole e già partono. Escono dal paese. Entrano nel sentiero della radura ed ecco la fabbrica. Quadrato di mattoni, ferro e lamiera. Spigoli. La circonda un muro alto venti uomini e oltre il muro comincia la piantagione dove sono diretti varcando i cancelli per lavorare dodici ore, a volte anche sedici e tra le canne le foglie feriscono il viso, i machete scintillano su rami e talee, la criniera verde della terra si agita, le pannocchie fiorite si scuotono e cadono dove Paride ha imparato in fretta il mestiere e sradica tutto.

La piantagione

Se sta nella piantagione, l’occhio non ne vede i confini. Vagoni di zucchero lasciano i depositi. Il paese è un bivacco per chi aspetta il lavoro e sul campo ne muoiono dieci ogni giorno perché il sole li sguancia e s’accasciano come un abito dalla stampella e un carrettiere li raccoglie con le fecce delle canne. Gli animi s’incattiviscono. Cresce ruggine sui buoni pensieri e nel perimetro del filo spinato. In tane di paglia e latta, senza bagno né fuoco. Infestate. Le donne cucinano all’aria. Il ciglione getta odore di corpi. Al crepuscolo sembrano uno stormo che s’appollaia.

Buenos Aires

…ma in questa fune di giorni non ero ancora tornata a Corrientes e l’ho fatto domenica notte dopo aver sparso il mio parvulus neidintornidisantelmo, nel recinto di palazzi pennone e infradito per le nuvole, palazzi chiostro, cortili intestino, lucernari a graffio, insegne sbilenche: apparizioni che i miei occhi come pinze raccolgono. Sei mai tornata in una casa di ieri? È come riaprire la scatola dei giochi e ferirsene. Parlo alla muffa sui piatti in cucina, allo sporco cresciuto nel bagno, cado sul divano che sembra un essere preistorico morto mentre strisciava verso la porta e sotto il mio peso solleva farina e tosse e di laggiù, affondando il sedere nella stoffa umida, mi guardo intorno col favore dell’unica luce che ho acceso.

Roma

Piazza Vittorio. Il suo quartiere preferito. Gli odori del mercato, i volti del popolo. Una prostituta tra via Manzoni e Conte Verde cui dedica una poesia che non riporto ma ne riassumo il senso nella mancanza di denaro, «altrimenti…». Porta Portese, la pizza al taglio con pomodoro, mozzarella e alici, il panino la salsiccia e la senape. Viale Giulio Cesare. Un appartamento che divide con dei boliviani; Johnny nella stanza in fondo e protetto da una lastra di vetro sulla porta a chiedersi se nelle ombre arancioni che vede deformi, e in quanto i boliviani scorgono di lui, si possano setacciare stati d’animo e segreti. Del resto, pensa, se uno vuole vedere, vede. E se vuole sapere, saprà.

L’isola

La sua pelle è già bruciata dal sole, i cui raggi di nascosto le scavano come cunicoli sul volto rughe disposte a mostrarsi nella vecchiaia che Matilde non conoscerà. Figlia di pescatore vive in un’isola che non ha corrente elettrica con sei fratelli oltre al padre, due cani e una nonna manesca in una tana ai piedi della chiesa di San Vincenzo, accoccolata insieme a parecchie nel punto più riparato e se non geometricamente, geograficamente antitetico rispetto alle bocche del vulcano che colano lava dall’altra parte del cono. Per chi veda dall’alto si mostra una mescolanza di calcestruzzo e pietra, una fratellanza di tetti senza colore abbracciati nella china all’ombra del tempio, rifugiati nel suo soccorso mentre la montagna spara fuoco.