Andrea Carraro, sul Messaggero, recensisce Stati di grazia

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«Il primo libro di Davide Orecchio – Città distrutte (Gaffi, 2012) – uno dei migliori esordi narrativi degli ultimi anni, vincitore di numerosi premi fra cui il Mondello, il Volponi e il Napoli – raccoglieva delle “biografie inventate”, o meglio delle “biografie contraffatte” di personaggi minori in momenti tragici della storia del Novecento (fascismo, comunismo, campagna d’Etiopia, resistenza, guerra fredda, dittature sudamericane).

In questo secondo libro – Stati di grazia (il Saggiatore) – l’autore continua a muoversi in quel solco ma al servizio di un progetto più ambizioso: intrecciare vari frammenti biografici in un congegno romanzesco per restituire un ritratto polifonico dell’Argentina durante gli anni più bui della sua storia, quelli della dittatura. I temi della resistenza, della militanza rivoluzionaria, dei sequestri, delle sparizioni, degli omicidi politici, delle torture, della detenzione, dell’esilio, che aveva già toccato nel suo esordio, si saldano magistralmente in questa narrazione di conio postmoderno eticamente ineccepibile in quanto poggiata su solidissime basi storiografiche e documentali (ricordiamo che Orecchio ha formazione di storico).

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Ma c’è anche un’altra qualità in questo romanzo che va sottolineata: la tensione morale che lo innerva e lo anima. Orecchio è quasi sempre attratto da figure di uomini e donne impegnati politicamente sul fronte della resistenza, e di poveri diseredati che prendono dolorosamente coscienza della propria condizione di miseria e sfruttamento. E quindi operai, esuli, intellettuali, maestri elementari, poeti, tipografi, medici, minatori, contadini, braccianti: un’umanità sofferente che lotta per i suoi diritti anche a costo di sacrificare la vita. Invero ci sono anche figure di spietati torturatori, ma si tratta di personaggi minori visti quasi soltanto nell’adempimento delle loro funzioni repressive. Gli eroi di Orecchio vengono raccontati, ma perlopiù si raccontano – ciascuno con una sua riconoscibile voce – attraverso diari intimi, testimonianze, lacerti di conversazioni, epistolari, versi, ricordi, flussi di coscienza, cataloghi personali di vita quotidiana. E ciò avviene con una lingua poetica, sperimentale, estremamente sorvegliata.

Molti, a lettura ultimata, i personaggi (e i luoghi e le situazioni) che ti restano dentro. Ne citeremo solo alcuni per ragioni di spazio: la Sicilia povera del maestro elementare Paride Sanchis, che un giorno decide di mollare tutto (la moglie Angela Sanchis, la figlioletta, la scuola) e di unirsi alla resistenza argentina dopo aver letto alcune riviste illustrate di quel lontano e disgraziato paese lasciategli in dote dal fratello; il sequestro, la prigionia, l’atroce sequela di torture che subisce la sua seconda moglie Ximena, un’india molto più giovane di lui, che condivideva il suo lavoro di bracciante agricolo, da parte dei militari, nel luglio del ‘76, che la porteranno alla morte e alla definitiva sparizione dal mondo; il bellissimo, chiaroscurale ritratto di Johnny Tossi, esule argentino a Roma, riservato e silenzioso, in apparenza interessato soltanto al sesso e al calcio, ma in realtà straziato da una ferita profonda e inconfessabile, che si paleserà soltanto alla fine del libro, in un episodio successivo nel tempo narrativo benché precedente nel tempo cronologico, nel quale verrà raccontata la sua ingloriosa fuga dal Centro clandestino di detenzione Piqué a Buenos Aires dov’era carceriere; e poi come non ricordare la breve quanto vulcanica esistenza di Matilde Famularo, divisa fra la lotta armata e i suoi versi ricolmi di rabbia e di odio, che si conclude al tavolo da lavoro?: “Così la fine di Matilde è incastrata in uno sgorbio. Il frastuono delle armi, le urla dei compagni, la penna scivola via e Famularo – non resta altro da aggiungere – è morta”.»