Due cose in cui ho creduto e continuo a credere, vorrei segnare qui

«Almeno due cose in cui ho creduto lungo il mio cammino e continuo a credere, vorrei segnare qui. Una è la passione per una cultura globale, il rifiuto della incomunicabilità specialistica per tener viva un’immagine di cultura come un tratto unitario, di cui fa parte ogni aspetto del conoscere e del fare, e in cui i vari discorsi d’ogni specifica ricerca e produzione fanno parte di quel discorso generale che è la storia degli uomini, quale dobbiamo riuscire a padroneggiare e sviluppare in senso finalmente umano.

(E la letteratura dovrebbe appunto stare in mezzo ai linguaggi diversi e tener viva la comunicazione tra di essi.)

Un’altra mia passione è quella per una lotta politica e una cultura (e letteratura) come formazione di una nuova classe dirigente. (O classe tout court, se classe è solo quella che ha coscienza di classe, come in Marx.) Ho sempre lavorato e lavoro con questo in mente: vedere prender forma la classe dirigente nuova, e contribuire a dare ad essa un segno, un’impronta».

Italo Calvino, in AA.VV., La generazione degli anni difficili, Laterza 1962, pp. 86-87.

Immagine di copertina: da Wikipedia, Oslo 7 aprile 1961, «Dagbladets», fotografo: Johan Brun.

L’inverno pareva un’unica lunga notte

«L’inverno pareva un’unica lunga notte; e la città sentiva intorno a sé il vuoto aspro della campagna, si ripiegava su se stessa per non perdere il poco tepore del suo alito. La redazione del Politecnico era allora non lontana dalla cappella dell’antico lazzaretto manzoniano, in un quartiere ch’era diventato il porto di mare dei camionisti, allora re delle strade, e dei borsari neri; fitto di donne, di osterie, di sale da ballo. Dagli alberghi di piazza d’Annunzio, dove, con i loro carri armati al parcheggio, stavano acquartierati, calavano al crepuscolo i militari occupanti.

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla con i cortei di disoccupati, e i comizi. Qualche volta il Politecnico veniva incollato ai muri cittadini; e ci dava un brivido d’orgoglio vedere i nomi e i pensieri della poesia e dell’arte, di un amore che si era sempre creduto votato all’ombra e al riserbo, tremare all’aria e alla nebbia, lettura dei passanti, dei reduci dagli occhi smorti, dei vagabondi. Talvolta si andava nei circoli operai, nelle fabbriche, a parlare del Politecnico. Ricordo una sera, verso piazzale Corvetto, una specie di hangar mal illuminato, pieno di operai, di donne con i bambini sulle ginocchia; e ascoltavano parlare del Politecnico come di una cosa loro, come si trattasse del loro lavoro e della loro salute, e interrogavano, volevano sapere».

Franco Fortini, Dieci inverni 1947-1957, Feltrinelli, Milano 1957, pp. 44-45.