Una serata con Antoine Volodine

Appunti da una conversazione.

Il 24 maggio a Roma, Industrie Fluviali, abbiamo incontrato lo scrittore francese Antoine Volodine. Abbiamo conversato con lui a proposito del suo ultimo romanzo, Le ragazze Monroe (66thand2nd), e di molti altri libri (ad esempio: Gli animali che amiamo). Luciano Funetta, Anna D’Elia (traduttrice di Volodine) e io. Il terrazzo era gremito; ottimo e meritato, per un grande scrittore.

Mi è sorto il dubbio di una letteratura che va alla morte e, tra i vari temi della conversazione, l’ho sollevato.

Comunismo/comunismi

In Le ragazze Monroe e in molti altri romanzi di Volodine non si racconta il comunismo come se fosse un blocco monolitico, ma un arcipelago di comunismi spesso in lotta fra di loro, comunismi dominanti e comunismi dominati, fazioni e frazionismi. C’è una evidente forza narrativa in questo, la costruzione di un mondo, di un’ambientazione. Ma c’è anche una precisione storica. Perché la storia del comunismo è una storia di comunismi ortodossi ed eterodossi, dominanti ed eretici, al potere e in esilio.

Detto questo, noi arriviamo dopo. Il tema storico della morte del comunismo diventa nella letteratura di Volodine tema onirico e immaginativo: il comunismo sopravvive in forma di incubo concentrazionario, o sogno inesaudito, speranza nutrita che non vuole morire, si incarna in creature e personaggi che non sono morti né vivi, o meglio che viaggiano tra le dimensioni della morte e della vita, abitando un territorio fondamentale per l’immaginazione narrativa di Volodine, ossia il Bardo

Letteratura che va alla morte?

Il tema della morte non segna solo i contenuti dei romanzi e delle novelle di V., ma sembra governare l’intera architettura progettuale della sua produzione letteraria.

In un’intervista V. parla esplicitamente di estinzione. Un’estinzione programmata, ineluttabile, cui si predispone un corpus di opere e di autori che possiamo raggruppare nel movimento post-esotico. Siamo, con le ragazze Monroe, alla 45ma tappa, e sappiamo che le tappe non saranno più di 49. L’ultima Ritorno al bitume (romanzo già programmato, programmatico). Come sono 49 le tappe che si attraversano nel Bardo.

Quindi Volodine ci sta avvertendo che la sua letteratura ha il progetto di governare la propria conclusione, la fine, ed è una sorte di morte autocontrollata?

Ma non si potrebbe affermarlo per qualsiasi letteratura post-politica, post-storica che tragga i suoi argomenti, e il suo stile, dalla memoria, dagli incubi e sogni del Novecento, il più incompiuto e traditore dei secoli?

Il tempo presente, il secolo attuale, è in questo decisamente post-storico: non sogna, non progetta, ma non genera nemmeno incubi politici di quel peso; ne genera di nuovi, la portata dei quali è difficile da valutare senza rischiare cadute nel presentismo.

Un tempo come il nostro potrà mai ispirare, negli autori che ci nascono dentro, quindi negli autori del futuro, una letteratura paragonabile al post-esotismo, o accostabile a Sebald, Gospodinov, Tokarczuk o Aleksievič?

Condividiamo, per ragioni biografiche, una doppia appartenenza: al secolo scorso e all’attuale. Ed è forse in ragione di questo che molti scrittori di questa generazione interrogano la storia, il passato, e si muovono nel tempo come se avessero un occhio sulla nuca, che guarda indietro, e un occhio sulla fronte che fa il proprio dovere e guarda innanzi.

È per ragioni di estinzione biografica e biologica che nella letteratura del futuro non troveranno spazio pagine come quelle di Volodine, come quelle di Sebald e altri? Non esisteranno più autori con quella memoria da coltivare, con quel secolo di riferimento, il Novecento, da interrogare, perché da lì nessuno proverrà più? Oppure anche in futuro sopravviveranno narrazioni analoghe? Sogni simili, incubi affini?