Piccola visita ai luoghi di Roma occupata (1943-1944)

Ho fatto una piccola visita (incompleta e parziale) ai luoghi di Roma nell’occupazione nazista e nella Resistenza. Non tutti i luoghi. Quelli che ho potuto raggiungere e fotografare (altre foto le ho ricevute da amici). Il mio Virgilio è stata questa guida: Anthony Majanlahti e Amedeo Osti Guerrazzi, Roma occupata 1943-1944, il Saggiatore 2010; insieme ad altri testi che citerò di volta in volta. La visita è divisa in 25 tappe. Una più dolorosa dell’altra. Una più necessaria dell’altra.

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1) La mattina del 19 luglio 1943 le bombe lanciate dall’aviazione americana riducono in macerie ampie parti del quartiere San Lorenzo. L’attacco arriva in sei ondate, a partire dalle 11.03. Nell’arco di due ore 662 bombardieri sganciano 1060 tonnellate di bombe. Muoiono circa 1500 persone, 6 mila sono ferite. Racconta un testimone (padre Libero Raganella): «All’angolo di via dei Latini con via dei Sabelli mi devo fermare, è impossibile correre. Un vuoto immenso dove prima c’erano dei palazzi, la strada sparita sotto le macerie, un cumulo enorme, un polverone denso misto a fumo s’innalza pigramente verso il cielo». Pochi giorni prima, il 10 luglio, gli Alleati hanno avviato lo sbarco in Sicilia: il fascismo sta crollando.
Nelle foto (di Guido Iocca): Il Parco dei caduti del 19 luglio 1943.

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2) Palazzo Venezia. Il 25 luglio, nella Sala del Gran Consiglio, dopo dieci ore di riunione l’organo principale del fascismo sfiducia Mussolini, che di lì a poco sarà arrestato. Vittorio Emanuele III nomina capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio.
Foto di Fabrizio Meniconi.

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3) Via Bruxelles, Quartiere Parioli. Nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1943 il maresciallo Badoglio riceve nella sua residenza, “Villa Badoglio”, il generale americano Maxwell Taylor. L’armistizio tra Italia e Alleati è stato firmato da alcuni giorni, ma sarà reso noto solo l’indomani. Badoglio, in pigiama, prova a convincere gli americani a occupare immediatamente Roma, ma il maresciallo e il generale Taylor non trovano un accordo. La città viene abbandonata ai tedeschi. Oggi la villa è sede dell’ambasciata cinese.

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4) La mattina del 9 settembre 1943 l’esercito tedesco, arrivando da via Ostiense, si imbatte a Porta San Paolo in reparti di granatieri, lancieri e civili pronti a combattere e difendere la città. Lo scontro è impari. Racconta Paolo Monelli (Roma 1943): è «un combattimento confuso e sanguinoso […]; un’intera batteria […], tutti gli ufficiali colpiti, combatte fino al sacrificio estremo con i moschetti e le bombe a mano. Poi arrivano notizie della tregua d’armi conchiusa, i reparti dell’esercito si ritirano, si dissolvono; delle armi abbandonate s’impadroniscono i borghesi, dei carri abbandonati si fanno riparo, e continuano fino a notte la cocciuta inutile resistenza». Tra i civili c’è anche Carla Capponi, 25 anni, futura gappista e medaglia d’oro della Resistenza: «“Io vado”, dissi a mia madre – racconta in Con cuore di donna -. “Ma sei matta? Ma che ci va a fare una donna? Quell’invito è rivolto agli uomini.” “Vado a vedere. Donne e uomini saremo utili”». Nel corso della battaglia, racconta ancora Capponi, «mi avvidi che da un lato della via Ostiense […] era stata disposta a terra una fila di soldati. Non capii subito che cosa fosse quella fila di corpi inerti, pensai a dei feriti; mi avvicinai: erano soldati morti e composti alla meglio. Non avevo mai visto corpi così straziati, figure irreali, così giovani, così abbandonati nelle membra scomposte, così immoti».
Foto di Fabrizio Meniconi.

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5) 9 settembre 1943. Il re, gran parte del governo e dello stato maggiore abbandonano Roma. I tedeschi avanzano sulla città. Molti soldati scivolano fuori dalle finestre delle caserme, e cercano abiti civili. I partiti antifascisti convocano un comizio in piazza Colonna. Né Bonomi né Nenni se la sentono di parlare, ma Giorgio Amendola, aggirandosi tra la folla, invita la popolazione a recarsi nelle caserme per procurarsi le armi e difendere la città dall’invasione dei tedeschi e dal ritorno dei fascisti. Nel pomeriggio, in un appartamento di via Adda, si riunisce il Comitato delle opposizioni ed è costituito il Comitato di Liberazione Nazionale.

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6) I tedeschi occupano Roma. E ritornano i fascisti. Tra il 25 luglio e l’8 settembre si erano nascosti o avevano abbandonato la città. Il 17 settembre 1943 Alessandro Pavolini, ex ministro della Cultura popolare, ora segretario del partito fascista repubblicano, occupa la sede nazionale del partito: Palazzo Wedekind in piazza Colonna. Già dal pomeriggio, sul balcone del palazzo, compare un ritratto in oleografia di Mussolini. Dal Tritone scendono due carri armati e un autocarro pieno di camicie nere. Ragazzini che cantano «Duce, duce, chi non saprà morir?». Pavolini arriva al crepuscolo, in abiti borghesi, in un’«automobile chiusa» (cfr. P. Monelli, Roma 1943).

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7) 18 settembre 1943. Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, figure di secondo piano del regime fascista, occupano Palazzo Braschi in piazza San Pantaleo e ricostituiscono la federazione romana del fascismo. Nasce la Banda Bardi-Pollastrini. Per due mesi terrorizza la città. Sequestra, violenta, tortura, deruba decine di persone. Sparge per Roma le sue “squadre d’azione”. Si dà alla caccia di ebrei e li consegna ai tedeschi. Assale e saccheggia negozi, appartamenti. L’“avventura” finisce il 27 novembre, per volere dei tedeschi: il palazzo viene circondato, i membri della banda arrestati. Pizzirani sostituisce Bardi nella carica di federale. La sede della federazione si sposta a via Veneto, nel Palazzo delle Corporazioni. Palazzo Braschi diventa un ricovero per sfollati. Oggi è il Museo di Roma, ma tra le sue molte sale non si trova accenno a questa storia.
Foto di Fabrizio Meniconi
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8) 7 ottobre 1943. Il ministro della Difesa di Salò, Rodolfo Graziani, emana un bando che ordina ai romani di presentarsi ai punti di raccolta per il lavoro forzato. Nazisti e fascisti della Guardia nazionale repubblicana e della Polizia dell’Africa italiana iniziano i rastrellamenti. La mattina del 7 ottobre, in viale delle Milizie, nel quartiere delle caserme, un ufficiale della Gnr uccide con un colpo di moschetto Rosa Guarnieri Carducci. La donna gli si è gettata contro per impedirgli di portare via il figlio. Il ragazzo, insieme a molti suoi amici nascosti nell’appartamento, riesce a fuggire. La madre sarà onorata con la medaglia d’argento alla memoria.

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9) Il 16 ottobre 1943 i nazisti organizzano la razzia degli ebrei romani, una delle più feroci “Judenaktionen” avvenute nell’Europa occidentale. Le pattuglie della Gestapo iniziano la caccia all’alba. «Nel mezzo della via – racconta Giacomo Benedetti (16 ottobre 1943) – passano, in fila indiana un po’ sconnessa, le famiglie rastrellate: una SS in testa e una in coda sorvegliano i piccoli manipoli, li tengono suppergiù incolonnati, li spingono avanti coi calci dei mitragliatori». Oltre mille persone vengono raccolte nella “fossa” tra il gomito del Portico di Ottavia e il Teatro di Marcello. Qui le prelevano i camion che fanno la spola tra il Ghetto e il Collegio militare, la caserma di via della Lungara dove intere famiglie resteranno prigioniere per più di trenta orribili ore. La tappa successiva è la stazione Tiburtina: da qui un treno parte per il Nord. Ciascuno dei diciotto vagoni piombati contiene più di 40 persone. Il viaggio dura sei giorni. I più anziani e malati non arrivano vivi alla destinazione, il lager di Auschwitz. Solo quindici uomini e una donna faranno ritorno.

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10) La ferocia di nazisti e fascisti non dà tregua. Il 20 ottobre 1943, nel quartiere di Pietralata, dieci cittadini vengono rastrellati e trucidati. Verso la fine di quel mese la Resistenza si organizza in 8 zone operative. A partire da novembre, quando la lotta si inasprisce, il partito comunista costituisce in tutte le zone i Gap (Gruppi di azione patriottica). Infine crea un Gap centrale che coordina quattro squadre (Gramsci, Pisacane, Sozzi, Garibaldi): nuclei di guerriglia urbana in cui elementi esperti si affiancano a giovani e giovanissimi. Tra novembre e dicembre i Gap compiono molte azioni contro nazisti e fascisti, che fino a ora si erano mossi per Roma violenti e indisturbati. Il 18 dicembre Carla Capponi e Sasà Bentivegna attaccano il cinema Barberini (nella foto), dove i tedeschi vanno a trascorrere le ore libere. L’esplosione uccide 8 militari. Lo stesso giorno, in via Fabio Massimo nel quartiere Prati, un altro gruppo di gappisti getta una bomba in una trattoria frequentata da tedeschi e fascisti, uccidendone una decina. Già il 5 dicembre Bentivegna e Capponi hanno attaccato un camion tedesco davanti al Teatro dell’Opera. Il 16 dicembre, in via Cola di Rienzo, i gappisti uccidono un fascista.

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11) Via Veneto, coi suoi alberghi lussuosi, diventa una via tedesca. Molti ufficiali risiedono al Grand Hotel Flora, che al secondo piano ospita anche l’Alto comando della Wehrmacht. Poco più sotto, lungo la via, si trova l’Excelsior, che accoglie altri nazisti: il generale Mältzer, ad esempio, risiede qui. Ogni notte: ricevimenti e balli. Più su, in un edificio liberty tra corso d’Italia e via Po – la Pensione Caterina – i tedeschi hanno installato il quartier generale della loro polizia. 19 dicembre 1943: i gappisti Maria Teresa Regard, Franco Calamandrei ed Ernesto Borghesi attaccano l’Hotel Flora lanciando tre spezzoni esplosivi. Il pianterreno è devastato. Diversi nazisti restano sui marciapiedi di via Veneto. In seguito a questo e altri attacchi, gli occupanti fortificheranno la loro “cittadella” con posti di blocco e cavalli di frisia.

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12) Villa Wolkonsky, tra via Ludovico di Savoia e via Conte Rosso. Oggi è la sede dell’ambasciata britannica. Ma nei mesi dell’occupazione ospita ancora l’ambasciata tedesca. Qui il capo della Gestapo, Herbert Kappler, installa i suoi uffici, prima di trasferirsi nella vicina via Tasso. Il suo secondo in comando, Erich Priebke, sfrutta alcuni locali della villa come camere di segregazione. Quando la prigione di via Tasso sarà pronta, Villa Wolkonsky non servirà più.

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13) Via Tasso. Questo edificio, oggi Museo storico della Liberazione, nel 1943-44 ospita il quartier generale della polizia di sicurezza nazista. La più feroce prigione di Roma. Qui i nazisti sequestrano e torturano più di duemila persone, uomini e donne, accatastati in celle microscopiche, prive di aria e luce. I tedeschi vogliono confessioni, nomi, luoghi, indirizzi. Kappler si vanta di aver escogitato una tecnica di tortura infallibile, «meine eigene Technik, meine eigene raffinierte Technik». Eppure molti gli resistono. Sopportano le torture senza fare un solo nome, senza dire una parola.

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14) Via Principe Amedeo. Gennaio-aprile 1944. La pensione Oltremare occupa i tre appartamenti al quinto piano di questo edificio: camere piccole, squallide, ciascuna ha un gabinetto e un bidet. Vi si installa la Banda Koch, una sezione speciale della polizia guidata da Pietro Koch, un ex granatiere di 25 anni. L’obiettivo della banda – voluta e supervisionata dal nuovo questore di Roma, Pietro Caruso – è estirpare la Resistenza romana con ogni mezzo. I membri del gruppo – Koch per primo, coi suoi modi da dandy -, hanno facce da bravi ragazzi, e la brutalità dei peggiori seviziatori. La pensione Oltremare diventa subito “famosa”. Le sue stanze e finestre sprangate eiettano gemiti e lamenti di notte e di giorno. Le torture sono innumerevoli: ustioni con l’acqua bollente, colpi di bastone e fustigazioni sui genitali, pugni, calci, baffi e capelli strappati, uso di guanti speciali e catene metalliche (cfr. Massimiliano Griner, La «banda Koch», Bollati Boringhieri 2000, pp. 225-226). Le stanze si ricoprono di sangue. Nel marzo del 1944 la pensione Oltremare non basta più ad accogliere l’attività della banda, e Koch si mette in cerca di una nuova sede. Oggi la pensione Oltremare non esiste più. Le sue camere, ristrutturate in appartamento, ospitano la redazione di Radio Radicale.

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15) Piazza della Libertà, dove termina via Cola di Rienzo e inizia il Tevere. 29 gennaio 1944: un comitato generale degli studenti romani dichiara lo sciopero generale in tutte le scuole e all’università. Gli studenti del liceo Dante Alighieri, guidati dal giovane universitario Massimo Gizzio, si radunano pacificamente nella piazza, distribuiscono volantini e chiedono la pace. I fascisti locali aprono il fuoco sugli studenti e feriscono a morte Gizzio, che sopravvivrà solo tre giorni. Lo stesso giorno i fascisti arrestano il professor Gioacchino Gesmundo, tra i protagonisti della Resistenza, e lo portano a via Tasso. Gesmundo morirà alle Fosse Ardeatine. All’incrocio con via Valadier c’era una lapide che commemorava Massimo Gizzio, ma è stata murata.

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16) Via Giulia, all’angolo con via di Sant’Eligio. Questo edificio ospita la “Santa Barbara” dei Gap. L’appartamento dove i partigiani custodiscono e costruiscono le armi, e dove congegnano le bombe. Lo gestiscono Giorgio Labò e Gianfranco Mattei, gli “artificieri” della Resistenza romana. Una spia scopre il covo e, il primo febbraio 1944, le SS vi fanno irruzione. Labò e Mattei finiscono a via Tasso. Dopo oltre un mese di torture, sopportate senza tradire i compagni, Labò viene fucilato al Forte Bravetta il 7 marzo 1944. Mattei si impicca nella sua cella: col suicidio protegge la Resistenza.

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17) 2-4 marzo 1944. I nazisti, nell’ennesimo raid, hanno catturato centinaia di persone, destinate ai lavori forzati in Germania. Le tengono prigioniere nelle caserme di viale Giulio Cesare. I Gap stanno per organizzare un attacco con l’obiettivo di liberare i rastrellati. Un uomo si sporge da una finestra. La moglie, Teresa Gullace, lo vede e corre verso di lui per lanciargli una borsa con del cibo. Un soldato tedesco le spara alla gola e la uccide. Il figlio, quattordicenne, accorre e la trova a terra, nel suo sangue. Esplode la rabbia delle donne romane. Teresa Gullace era incinta. L’azione dei Gap salta, ma di lì a poche ore i partigiani organizzano una manifestazione davanti alla caserma; nel corso degli scontri muoiono alcuni militi del corpo di guardia della Gnr. Il 10 marzo un’altra azione di guerriglia dei Gap: attaccano la parata fascista di via Tomacelli con bombe a mano e pistole. L’episodio e il personaggio di Teresa Gullace sono passati alla storia col volto di Anna Magnani, in Roma città aperta di Roberto Rossellini.

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18)  Il carcere di Regina Coeli, su via della Lungara. Il fascismo rinchiudeva gli oppositori politici nel sesto braccio. Da qui Sandro Pertini, arrestato nell’ottobre 1943, riuscirà a fuggire. I nuovi padroni tedeschi prendono in “gestione” diretta il terzo braccio del carcere, facendone una succursale di via Tasso e applicandone gli stessi metodi (tortura, scarsità di cibo e acqua, celle anguste). Il 28 dicembre 1943 il gappista Mario Fiorentini attacca il carcere: arriva in bicicletta, getta una bomba artigianale che uccide e ferisce diversi fascisti e nazisti, poi fugge sotto il fuoco delle armi, sempre in bicicletta, prendendo il ponte Mazzini. Dopo questo episodio i nazisti vietano l’uso delle biciclette ai romani. La prigione fu coinvolta anche nella strage delle Fosse Ardeatine (vedi tappe seguenti): da qui il questore Caruso prelevò molti detenuti (prigionieri del terzo braccio ed ebrei) e li consegnò ai tedeschi per la rappresaglia successiva all’attentato di via Rasella.
Foto di Fabrizio Meniconi.

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19) 23 marzo 1944. Via Rasella. Dodici gappisti attaccano il battaglione Bozen SS durante il suo percorso quotidiano, e intimidatorio, nel centro della città. Per raggiungere via delle Quattro Fontane, la colonna deve passare lungo la stretta via Rasella. Qui avviene l’attacco. Sasà Bentivegna, camuffato da spazzino, fa esplodere un ordigno che tiene nascosto nel suo carretto. Muoiono sul colpo 32 uomini del battaglione nazista. Altri, feriti, moriranno più in là. Tra l’attacco e la reazione dei militari nazisti, perdono la vita anche due civili romani, tra cui il tredicenne Piero Zuccheretti. È l’azione più importante dei Gap nella capitale. Ma, per le conseguenze che porta, e per la rappresaglia di nazisti e fascisti, è anche l’episodio che più divide, e continua a dividere, la memoria dell’occupazione e della Resistenza. I gappisti che vi partecipano saranno “perseguitati” per anni da processi civili e penali, che dovranno affrontare in crescente solitudine. Da subito, però, via Rasella incrina il fronte della Resistenza romana. Il Cln si divide. Nella via, oggi, neppure una targa ricorda l’episodio. Frotte di turisti (e di romani) la percorrono in beata ignoranza. La memoria divisa genera oblio.

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20) 24 marzo 1944. Dopo via Rasella, la vendetta del gruppo di comando nazista e fascista (Von Mackensen, Kesselring, Mältzer, Kappler, Priebke e i collaboratori italiani Caruso e Koch) si sfoga nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. 335 persone – la maggior parte di loro prigionieri politici e militari antifascisti presi da via Tasso e da Regina Coeli; 75 ebrei prelevati dalla “Judenlist” dei nazisti; detenuti e vittime dei rastrellamenti – sono trucidate e sepolte in una cava di pozzolana sulla via Ardeatina, dove oggi sorge il Mausoleo (qui il nuovo sito web, www.mausoleofosseardeatine.it, che offre una visita guidata multimediale). Il giorno dopo un breve comunicato sul Messaggero informa che «l’ordine è stato eseguito».

Finita la guerra, Herbert Kappler sarà processato e condannato all’ergastolo da un tribunale italiano. Nel 1977 evade dall’ospedale militare del Celio. Muore in Germania nel 1978. Erich Priebke, latitante in Argentina, è arrestato ed estradato in Italia negli anni novanta, e condannato all’ergastolo per la strage. La condanna a morte di Kesselring è commutata in ergastolo, ma nel 1952 il generale tedesco viene scarcerato per motivi di salute e torna in Germania.

Nelle polemiche che continuano ad accompagnare la strage, due “certezze”, o “pseudo-verità”, alimentano la convinzione di alcuni che la responsabilità sia da imputare ai partigiani. «La prima di queste due “certezze” – scrive Santo Peli in Storie di Gap (Einaudi 2014, pp. 257 sgg.) – può essere riassunta in questo modo: qualora i gappisti […] si fossero presentati agli occupanti, avrebbero evitato la strage delle Fosse Ardeatine. […] Basterebbe leggere con attenzione il comunicato tedesco, per escludere che sia esistito un nesso diretto fra la strage e una mancata presentazione dei gappisti; oppure ricordare che lo stesso generale Albert Kesselring, testimoniando al processo per la strage delle Ardeatine celebrato a Roma nel novembre del 1946, aveva dichiarato che non fu diffuso alcun messaggio o manifesto invitante “i colpevoli sfuggiti all’arresto” a comparire, anche “se l’idea sarebbe stata molto buona”». Del resto – prosegue Peli – «in quale guerra è pensabile che i protagonisti di un attacco ben riuscito si dichiarino “colpevoli”, e si consegnino ai nemici che hanno assalito il giorno prima?».

«La seconda certezza, desunta dalla decisione tedesca di passare per le armi 335 persone, è che il rapporto di 10 a 1 tra prigionieri da trucidare e tedeschi uccisi […] fosse del tutto prevedibile, in quanto derivante da una presunta “legge di guerra”, o da una prassi consolidata al punto da essere da tutti conosciuta. In realtà, in Italia come nel resto d’Europa, il rapporto 10:1 viene usato in modo sporadico, a seconda di un insieme di mutevoli circostanze […] fino a quel momento, non c’era mai stato in Italia un atto di vendetta di tali dimensioni».

Conclude lo storico: «Fino al 23 marzo 1944, una risposta di quell’entità non è prevedibile: si tratta di un dato di fatto ampiamente documentato […]. Ciò che colpisce è l’inossidabile pervasività dell’opinione contraria, che non può essere liquidata come semplice frutto dell’ignoranza. […] la pretesa esistenza di una legge del 10 a 1 ha una sua precisa funzionalità in un discorso antiresistenziale, perché permette di contrapporre a un “ordine” implacabile, duro, però garantito da un esercito regolare, la “irresponsabilità” di chi, conoscendo perfettamente quest’“ordine”, lo sfida, costringendo le “autorità” […] a compiere una rappresaglia. Da una parte “l’ordine costituito”, dall’altra dei “fuorilegge”. “Banditen”, appunto, come li chiamano i tedeschi».

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21) La mattina del 7 aprile 1944, all’Ostiense, una folla di donne e ragazzini assale il forno Tesei. La situazione di Roma è ormai disperata. La popolazione è affamata e infuriata. Le rivolte per il pane sono sempre più frequenti. Intervengono militi della Gnr e SS. Prendono dieci donne, le portano sul Ponte di Ferro e le uccidono a colpi di mitra. I cadaveri restano abbandonati per l’intera giornata, circondati da sacchi di farina e pagnotte. Oggi un monumento – eretto grazie all’Unione donne italiane e a Carla Capponi – ricorda Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoiesi e Silvia Loggreolo.
Foto di Fabrizio Meniconi.

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22) 17 aprile 1944. Nel quartiere del Quadraro, dove la Resistenza antifascista è forte e ostinata, le truppe tedesche guidate da Kappler rastrellano 1500 uomini casa per casa. Oltre 900 di loro sono deportati in Germania. Più di 350 non torneranno. È un messaggio chiaro e feroce ai romani: l’intera popolazione è ostaggio delle truppe tedesche. Nessuno può considerarsi al sicuro. Nessuno può nascondersi nelle zone grigie dell’attesa e della neutralità. Nella foto (di Davide Colella): una targa al Quadraro ricorda i caduti dell’8-11 settembre 1943.

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23) Via Romagna 38, nel quartiere Ludovisi. Intorno al 21 aprile 1944 la Banda Koch si trasferisce dalla pensione Oltremare alla pensione Jaccarino, in una villa lussuosa che oggi non c’è più, abbattuta negli anni cinquanta del novecento e sostituita da un edificio moderno. Qui la banda perfeziona indisturbata le sue tecniche di tortura, con la disposizione di un intero edificio dove nessun vicino può “lamentarsi” o disturbare. Da qui, il 28 aprile, Franco Calamandrei fugge quasi per miracolo, calandosi dalla finestra di un bagno, e poi allontanandosi su via Sardegna “come un cittadino qualsiasi”. Nella foto: il nuovo edificio e la targa che ricorda la pensione Jaccarino.

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24) Il Forte Bravetta. Utilizzato da fascisti e nazisti per la fucilazione degli oppositori e dei partigiani condannati dal Tribunale militare tedesco. Dopo la Liberazione, vi furono giustiziati anche l’ex questore di Roma Pietro Caruso (22 settembre 1944), e Pietro Koch (5 giugno 1945).
Foto tratta dal sito di Radio Onda Rossa.

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25) Il 3 maggio del 1944 i tipografi del Messaggero, che aderiscono allo sciopero proclamato dalla Resistenza, ritardano l’uscita del quotidiano diretto da Bruno Spampanato, nettamente schierato al fianco di tedeschi e fascisti. Spampanato dovrà dare spiegazioni alla Gestapo, che arresta e deporta alcuni tipografi. Alla liberazione di Roma, il giornalista fuggirà al Nord. Intanto la Resistenza romana è decimata. I metodi di Caruso e Koch, di Kappler e Priebke, hanno dato i loro frutti. Un gappista, Guglielmo Blasi, dopo la cattura ha tradito i compagni, causando la decimazione dei Gap romani. Tra arresti e fughe da Roma, i Gap centrali sono ormai smantellati. La popolazione “attende” l’arrivo sempre più prossimo delle truppe alleate. A differenza di altre città (Napoli, i centri del Nord…), Roma non riesce a liberarsi da sé. Ma questo non cancella nove mesi di lotta coraggiosa dei partigiani e di molti cittadini.

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La piccola visita finisce qui. Ricordo, nella foto, i volumi più consultati. 
Specialmente Roma occupata 1943-1944, il Saggiatore 2010. 
Buon 25 aprile a tutt*.