Ma alla fine quanto è grande quel cranio?

Qui perplesso sul tragitto verso la mummia di Lenin. Dopo la schiera di tombe dei bolscevichi. Avendo visto fiori inauditi sulla cripta di Stalin. All’ingresso del mausoleo le guardie ci scortano nella discesa. Dove è il corpo imbalsamato è come sottoterra. Dai gradini si declina verso la dimora della conservazione. Transitando si deve aver freddo, si deve perdere lentamente la visibilità, dobbiamo inciampare. È così che si arriva nel posto che non è ancora il nostro. Nella camera del freddo e del buio

Mica posso sparire perché non sono morto

Ho vent’anni; la storia digerisce Coloccini. Lo incontro nella mia città per desiderio di lavoro, correggo bozze da lui e sono il pasto che l’avventura non assaggia, non mastica, vomita semmai. La storia, la donna condanna alla castità quello che sta a sinistra del Muro, anche a destra del Muro, tra le sue macerie, felice, ferito, senza timone e senza storia – me. Per Coloccini (il tipografo, l’esule) è diverso: lui la racconta come l’ha vissuta ed è un portatore sano di tracce, ricordi, commiati, massacri, estirpazioni di esseri umani, sradicamenti di esseri umani, potature di speranze, avvelenamenti di progetti…