Un’intervista a Linkiesta

Il 15 aprile, poco prima della presentazione milanese, Andrea Coccia de Linkiesta mi ha fatto un’intervista che ora è uscita e si trova qui. Abbiamo parlato di Stati di grazia, di come scrivo, di cosa/come si pubblica e legge oggi.

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Il nuovo romanzo di Davide Orecchio, il secondo, appena uscito per Il Saggiatore, si chiama Stati di grazia ed è un romanzo potentissimo, contraddistinto da un linguaggio ricchissimo, cesellato e coinvolgente: un’autentica perla nel panorama italiano contemporaneo, i cui autori principali — con poche eccezioni — non sembrano lavorare molto sulla lingua…

Linkiesta su Città distrutte

Versi impressi, Linkiesta, 11 giugno 2012

Clelia Verde, Biografie infedeli

Questo “non salvarsi” di Mario Benedetti, che rimane un imperativo categorico per chiunque voglia vivere o scrivere degnamente, aleggia su Città distrutte di Davide Orecchio, collezione (edita da Gaffi) di «sei biografie infedeli» (personaggi immaginari composti attingendo a fonti di personaggi reali); esordio letterario di uno storico (o, forse, storico esordio di un letterato) appena insignito del premio Mondello. Per l’autore è una delle preferenze letterarie manifestate tra le righe (e l’eroina argentina del folgorante racconto iniziale s’appassiona proprio all’opera di Mario Benedetti). Il non salvarsi del poeta uruguayano è come il principio di una narrativa mai facile, che ama e segue i suoi non/eroi proprio nel momento in cui si rassegnano e si lasciano vivere fino alla morte, macerie umane struggenti e vere. Una narrativa che riesce a illuminare i fatti con la luce mesta e fredda del “è accaduto, riaccadrà” e a presentarceli come se si svolgessero in un ambiente scarno e infausto. Siano essi drammatici, sublimi, banali o ripetitivi, tutti i fatti sono impregnati da questa luce amara. È la scrittura il tutto; è la scrittura a nobilitare il “normale”, a non rendere retorico l’eroismo, a entrare dentro, a scandagliare l’essere umano e a rivoltarlo in tutti i suoi aspetti più intimi e contraddittori. Il collegamento, poi, a fatti e documenti reali, più o meno labile e più o meno veritiero (bello il sistema delle citazioni), sconcerta il lettore, lo proietta in una dimensione metanarrativa che crea dipendenza. Le biografie di Orecchio sono poetiche e questo poeticamente abitare rende i protagonisti lontani da quel fallimento cui le loro vite vanno inesorabilmente incontro. La bellezza delle rovine? Non servire più a nulla, scriveva Fernando Pessoa ne Il libro dell’Inquietudine. Orecchio va oltre: costruisce un giardino inglese sulle rovine vere o finte dei suoi personaggi. Tira via le erbacce, semina, drena, usa i suoi ruderi come sostegno per i rampicanti. Crea rogge dove convogliare il tempo, questa ossessione che vedremo scorrere all’infinito in modo naturale, ora impetuoso ora disperso in mille rivoli. Come uno stato d’animo. Visto dall’alto il libro di Orecchio non è un cumulo di rovine ma un’oasi nel panorama letterario nostrano, dove gli innesti tra reale e immaginario sono tutti andati a buon fine.