Aurora Maturáno racconta la sua storia – incipit


Questa notte – sfidando il graffio dei tacchi, l’astuzia delle guardie, i versi dei gatti, i sogni dei neonati, il fischio della mangrovia, il russamento del padre, l’occhio dei pappagalli, la paura del ventre, il vocio delle ossa, le incertezze delle dita, i sopralluoghi dell’udito, i suoi refusi, gli abbagli della vista, le trappole del buio – ho riempito il sacco, infilai un vestito dopo l’altro, scarpe e mutande, ingannai le pareti, aggirai i mobili, non accondiscesi alla porta, le scale me le bevvi come acqua tiepida, malmenai i corridoi, schiaffeggiai il salone, sculacciai la veranda, presi a pugni il portico. Tutto in silenzio e nel giro di uno spavento ero fuori di casa. Addio prepotere paterno, onnipotere, tuttopotere, conformismo dei fratelli, mestizia della madre, sottomissione dei servi: ho sistemato il sacco sulle spalle, ho messo in fila le gambe e presi la strada del giardino che poi divenne il passaggio nel parco, poi il cammino nella valle, poi il sentiero del bosco e la salita sulla collina nel garbuglio di jacarande, sotto rami-fisarmonica di araucaria, carezzata da pindo, ceibe e felci, su radici di magnolia, resti di guayabo, cuscini di aloe.

Arrivai di corsa ad Agudo. Lasciai indietro la chiesa e il municipio, la piazza centrale, il mercato, gli agrumeti e i canneti, il quartiere degli operai, il dormitorio dei coltivatori. Ho raggiunto la stazione, fascio il volto in un fazzoletto, indosso gli occhiali da sole perché nessuno mi riconosca, compro il biglietto, mi accuccio sui gradini e aspetto la corriera. Nell’attesa ho pensato a mio padre….

(Alemania, settembre 1965)