Flanerì su Città distrutte

Roberta Biondi, “Città distrutte. Sei biografie infedeli” di Davide Orecchio

Non sempre la lettura si identifica con la ricerca della verità. Capita spesso, al contrario, che si preferisca trovarvi elementi da essa alienanti, che non siano però necessariamente frutto dell’altrui fantasia. A volte, infatti, è bello sentirsi raccontare qualcosa che sia quasi vero, qualcosa che potrebbe essere. Ed è quello che fa Davide Orecchio nel suo romanzo d’esordio, Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi Editore, 2012), creando un complesso e coinvolgente gioco capace di proiettarci nelle vite, nei pensieri e nei fallimenti dei protagonisti delle sue biografie fittizie. O meglio, come recita il titolo, infedeli. Perché non si tratta solo di invenzione: ci ritroviamo a riconoscere in ognuna delle parti del romanzo una personalità, un carattere, un tratto che da qualche parte abbiamo già visto.

Una ragazza argentina che con coraggio affronta gli anni della dittatura, un bracciante molisano e la povertà della sua terra, un regista sovietico che si ritrova in Italia a fare i conti con la propria solitudine, un giornalista siciliano combattuto tra fascismo e comunismo, un diplomatico tedesco che riscopre la sua indole di filosofo, una poetessa infelice, sono questi i sei ritratti dietro cui si cela, o potrebbe celarsi, un personaggio reale.

Le esistenze dei sei personaggi sono ricostruite con un’impeccabile precisione attraverso la citazione di lettere, documenti, materiali d’archivio, ma anche grazie a una ricostruzione estremamente precisa di un sostrato emotivo e psicologico che ci permette di conoscere a fondo le passioni e le sconfitte personali di ognuno di loro. Sconfitte, appunto. Perché, non dimentichiamolo, parliamo di “città distrutte”, luoghi la cui esistenza è scandita da guerre, repressioni, morte.

Tutto ciò è simulacro dell’esistenza umana, delle sue illusioni infrante e della sua volontà di ricostruzione, proprio come la storia stessa. Ed è proprio a uno dei personaggi, la poetessa Betta Rauch, che dobbiamo il titolo del romanzo: «Spesso mi dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite».

Una frase in cui potrebbe identificarsi ognuno di questi personaggi di cui, in queste pagine, arriviamo a conoscere le più impercettibili (e forse trascurabili, potrebbe pensare qualcuno), sfaccettature. Nessuno di loro ha lasciato una traccia indelebile nella storia come la conosciamo noi. Eppure ognuna delle biografie composte da Orecchio è forse più fedele alla realtà di quanto non lo sia il paragrafo di un manuale.

L’autore ha saputo unire la precisione biografica a un’appassionata letteratura, in un connubio innaturale eppure estremamente poetico.

Un libro di storia deve per forza essere un’immagine della realtà più attendibile di una biografia “infedele”? Forse, pensandoci bene, non è così importante saperlo.