Mucchio di questo mese intervista cinque scrittori italiani “da seguire”, tra cui me, in un dialogo con Angelo Murtas, che scrive: «Considerato uno dei più brillanti tra i nostri autori contemporanei, Davide Orecchio ha da poco pubblicato Stati di grazia (II Saggiatore), il suo secondo lavoro. Un romanzo eccezionale fatto di storie che si intrecciano, di sopraffazione e di fuga, ambientato tra l’Italia e l’Argentina di Videla. Dal linguaggio ricchissimo, dalla prosa complessa e incalzante. Ma di una complessità che non si pone mai come ostacolo, che anzi seduce e invoglia alla lettura». L’intervista è anche sul sito del Saggiatore.
Mese: luglio 2014
1984-2014: l’abbiamo sfangata?

Sono passati trent’anni e l’abbiamo sfangata, per ora, al prezzo di diventare tutti un solo, piccolo, grande fratello.
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Vincenzo Mazzaccaro su Stati di grazia:
«E’ da tempo che non rimanevo senza parole, senza trama, inebetito da tanta bellezza. Personalmente mi ha conciliato con la scrittura, mentre spesso ho una saturazione da libro appena uscito».
Döner
Guardavo nella tv d’una monocamera berlinese il documentario Berlin Stunde Null (Berlino ora zero). Solo bombe sull’ex città di pietra, gli sfollati, le smorfie, i soldati sovietici. Il vicino di casa suonava una chitarra flamenca. Al governo dominava incontrastato il Kebab. Il costituzionale ma di prossimità rionale neppure scalfito dalla minoritaria opposizione di Würstel o aringhe Kebab era davvero un monarca che amava abbrustolirsi e lasciarsi masticare e inghiottire. Del Kebab troppo crudo dicevi «Roh!» e andavi oltre per la Quest, la Recherche del ben cotto democratico al servizio del popolo Döner Kebab. S’è mai visto un dominatore nel cui dominio sta il farsi mangiare? Di solito il dominatore divora. Attorno alla copula del pasto berlinese s’invertivano invece l’oggetto e il soggetto. La città s’apriva ai desideranti Kebab. Il desiderante non aveva vincoli etici. S’organizzavano persino seminari su Trockij nel ben lanciato inchiodato mondiale da Kreuzberg a Coyoacán stenditoio. Il simile a un Mitterand succulento con yogurt e cipolla Döner Kebab consentiva e sussumeva trockismo, bucharinismo, anarchia, la socialdemocrazia di acciughe e Falafel, l’ambientalismo di Moussaka e peperoni. Una ragazza di Bilbao s’addormentava sul futon dopo aver contato il salto di cento Kebab. Clonato per la democrazia del desiderante il Kebab era plurimo, risorgeva dalla masticazione. L’esito dell’ora zero novecentesca era un tollerante e lascivo seppure illuminista sempre consenziente al pasto dei nudi Kebab che girava sul Gyros e «non tramonta mai il sole», mi disse, «sul mio regno. Che è anche il tuo. Basta che lo desideri. Mangiami».
