Su «Alla linea» di Joseph Ponthus

Su Domani scrivo di un romanzo impressionante uscito da poco in Italia: Alla linea, di Joseph Ponthus (Bompiani). Di Ponthus mi aveva parlato per primo Alberto Prunetti, poco più di un anno fa. Adesso ho avuto l’occasione di approfondire. Alla linea è un’autobiografia in prima persona. La storia di un giovane uomo, proletario, istruito, colto, che s’impiega come lavoratore interinale nell’industria agroalimentare della Bretagna. Lo stile di Ponthus è libero, erratico, anarchico, lirico, ricco di un ritmo nel quale si ripercuote il lavoro coi sentimenti che detta al protagonista narratore: ansia, tristezza, sollievo, riposo, rabbia, voglia di cantare le tue canzoni del cuore o di declamare il tuo scrittore preferito per sopravvivere alla fatica fisica, alla fabbrica che ti strema, desiderio di tornare da tua moglie e dal tuo cane e via elencando. È l’esito, questo stile, di un attrito continuo tra il resoconto del lavoro e le fughe mentali dallo sforzo operaio (nella cultura, nella poesia, nella musica). Ed è giocoso, colmo di allusioni, digressioni e doppi sensi.

Questo libro lo consiglio vivamente.

La fabbrica mi ha calmato come un lettino
Se dovevo impazzire

Impazzivo i primi giorni ai gamberetti ai bastoncini di pesce al mattatoio
Impazzivo la notte del tofu
La fine della fabbrica sarà come la fine dell’analisi
Sarà semplice e chiara come una verità
La mia verità

Addio Gorby

Perdonatemi. Io su Gorbačëv non riesco a scrivere nulla di più rispetto a quanto ho scritto nel mio romanzo. Fu l’ultima illusione di un mondo che si avviava a morire. Era l’uomo dell’eutanasia. Io – giovane giovane – politicamente gli volevo bene. Ma ero irrilevante. E queste pagine non riguardano me.

La foto di Gorbačëv, in licenza CC, è tratta da Wikipedia e Flickr.

Le parole e la storia

Io, figuriamoci, io, non so come né quando finirà questa terribile guerra, non ho idea di come alleviare le sofferenze che gli ucraini, invasi dai russi, patiscono, sono del tutto impotente, sono impotente persino di fronte alla fragilità di una signora ucraina che, al mio fianco, alla manifestazione per la pace di Roma, non smette di piangere, piange più forte delle parole pronunciate dal palco, più forte degli appelli al diritto e alla pace, più forte degli slogan contro Putin o contro la Nato, piange con tutta la forza che le offre il corpo, piange contro la guerra e contro la storia, eppure è inerme mentre un imbecille, col proprio smartphone, la fotografa.

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Mariupol nel corso del tempo

1919

«Una sera Matilda e Tonja stanno alla finestra e parlano sottovoce. Di nuovo manca la corrente e nella stanza arde solo la fiamma vacillante di una lampada a petrolio. Da lontano si odono degli spari. “Pregate, bambini”, dice Matilda “pregate che non vengano gli uomini cattivi”. […] Poco dopo qualcuno cerca di sfondare la porta di casa. È di quercia massicia, ma la violenza dei colpi non lascia dubbi sul fatto che i cardini non terranno. Matilda apre. Due uomini in abiti civili, armati di fucili, baionette e pistole, si precipitano dentro. Bestemmiando aggrediscono Matilda e pretendono soldi, oro, brillanti. Matilda afferma di non avere più niente, giura che le hanno già portato via tutto, ma naturalmente non le credono. Gli uomini mettono sottosopra la casa, in cantina aprono le conserve con le baionette, convinti che vi si nascondano dei tesori. Non trovando nulla, si arrabbiano sempre più. “Dormite, bambini, dormite” dice alla fine uno di loro, e ordina a Matilda di mettersi al muro. Poi le punta contro la pistola. Matilda non dice una parola, non grida, non si ribella, si limita ad avvolgersi in uno scialle di lana, si accosta alla parete e guarda oltre le teste degli uomini, in lontananza.

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