Dialogo della spiaggia

La spiaggia

Adesso, però, chiudi gli occhi.

Scusa?

Hai capito bene. Chiudi gli occhi.

E perché?

Abbiamo un privilegio. Possiamo scartare il tempo inutile dei raccordi. Eliminare tragitti. Andare da un punto a un altro senza curarci della durata, senza pensare ai piccoli anelli della catena. Cos’è la durata, se non un ripostiglio dove accumuliamo l’inservibile, le scorie? Ci opprime. Quindi, ora che si presenta l’occasione per liberarcene, cerchiamo di non mancarla. Il nostro è un lusso, non ti credere. Una rarità. Quanto lo è imbattersi in una frase pulita da particelle sozze, preposizioni e congiunzioni, interiezioni; una frase trasparente e leggera sulle ali del suo significato, libera dalla zavorra di circonlocuzioni e incisi. Allora chiudi gli occhi. Fa’ il bravo. Ecco, così. Adesso cosa vedi?

Nulla! Ho gli occhi chiusi!
Non scorgi le immagini dei tuoi pensieri, le fattezze dei tuoi sogni? Non vedi le persone della tua vita?

Se mi concentro…

No! Lasciati andare, al contrario. Lascia che le immagini si associno disordinatamente. E dimentica il tempo.

Va bene, ci provo. Ecco. Vedo già qualcosa. Sembra una spiaggia. Direi che è la spiaggia della mia infanzia. È da tanto che non ci vado ma quando ho un momento di pace, o poco prima di addormentarmi, spesso la penso. Era un posto incantato. La sabbia nera e ardente, in prossimità del mare, lasciava spazio a ciottoli scuri e grigi. L’acqua era profonda decine di metri al di sopra di un fondale inabissato e vulcanico, eppure non avevo paura di tuffarmi. M’immergevo in cerca di polpi e conchiglie, e pontili affondati. Ero felice. Ma ora sono tornato! Laggiù c’è la barca di un pescatore. Di legno, verniciata di verde e azzurro. Lunga e pesante. L’hanno tirata a riva da poco. La rete arancione è arruffata su un fianco e gronda ancora acqua dai sugheri, e odora di granchio. Una donna è accovacciata accanto alla barca. Ha poggiato il suo pareo sullo scafo e guarda il mare: dev’esserne uscita da poco, perché le gocce le colano sulla schiena e ha i capelli raggomitolati in una sola, pigra ciocca. È mia madre. Accanto a lei, in piedi, vedo anche un uomo alto e dalla nuca brizzolata. Le accarezza il collo. Indossa pantaloncini bianchi e una polo azzurra. Guarda il mare con lei. Quello è mio padre. Poco più sotto, sul bagnasciuga, due bambine si rincorrono fuori e dentro l’acqua. Giocano e gridano. Però non so chi siano. Tu le conosci?

No e non vedo perché dovrei. È un tuo ricordo. Adesso, comunque, puoi riaprire gli occhi. Abbiamo ingannato a sufficienza la durata. L’abbiamo disinnescata. Aprili e dimmi cosa vedi.

E cosa ci sarà mai da vedere? Non posso restare ancora un po’ sulla mia spiaggia? D’accordo, ti obbedisco. Li apro e ti dico cosa vedo… Oh, santo cielo!

Impressionante, vero?

È incredibile!