Felice Chilanti (1914-1982), parte uno

Chilanti nella redazione di Paese Sera. Da http://www.paeseserastory.it

Qualche anno fa, nel 2007, su Rassegna pubblicammo una biografia di Giuseppe Di Vittorio  firmata da Felice Chilanti. Il libro intervista scritto negli anni 50. Nella premessa misi insieme qualche dato su Chilanti. Mi è venuta voglia di ritirare fuori quella roba anche per riappropriarmi del mio lavoro, al quale biografie di Chilanti apparse in rete si sono in parte “ispirate” – per non dire che l’hanno chirurgicamente saccheggiato – omettendo la benché minima briciola di citazione. Qui spezzo il tutto in tre parti. Ecco la prima. 

Dopo il minimo indispensabile di questa prefazione inizierà l’epopea di un eroe e paladino che al posto di donzelle difende braccianti e chi leggerà lo vedrà sopravvivere a un’infanzia senza nutrimento né scuola, e per miracolo il bimbo crescerà forte, saggio, si istruirà da solo procurandosi libri e candele per leggerli di notte dopo il lavoro del giorno, andrà incontro ai suoi nemici e li sconfiggerà a uno a uno.

Piegherà lo strapotere del duca di La Rochefoucauld, latifondista francese ancien régime anche nel nome e precipitato dalla storia nelle campagne pugliesi. Sgominerà i sicari dei padroni e gli squadristi. Incontrerà un Vocabolario come fosse la donna della sua vita e, fatto l’acquisto da un libraio ambulante, scoprirà che per esprimere parole esistono mappe accurate e non ne scorderà i percorsi. Questi e altri gli episodi nella Vita di Giuseppe Di Vittorio, opera sulla quale tra poco s’alza il sipario, scritta da Felice Chilanti e pubblicata a puntate dal settimanale della Cgil Lavoro nel 1953, tipico esempio di un genere letterario agiografico ed epico insieme. Non biografia critica ma narrazione cui l’autore affida l’unico obiettivo di raccontare una parte, un uomo, e rendergli omaggio senza voler sciogliere nodi storiografici o politici.

Ma chi era l’autore? Ecco una prima risposta: un “extra vagante”, “extra schemi, extra interessi venali, extra sicurezza personale, extra calcolo di parte” che attraversò il secolo scorso col giornalismo, la politica e la letteratura “lasciando molte pagine che costituiscono un deposito di memoria storica e di creatività artistica”. Il ritratto è firmato da Gaspare Barbiellini Amidei e sembra promettente, quindi, per quanto mediocremente e racimolando quel poco di verità mescolata alle fecce che tocca a chi fruga tra i libri, rovisterò un po’ nella straordinaria storia di Felice Chilanti (capita infatti che chi scrive le vite degli altri ne abbia anche una propria).

E parto da un giorno, da un mese e da un anno: il 22 marzo del 1942, quando Galeazzo Ciano – uno degli uomini più potenti del fascismo – annota sul proprio diario che l’ha “chiamato al telefono un giovanotto”. Per dirgli cosa? Che la sua vita è in pericolo. Il confidente del conte, infatti, rivela di “essere stato avvicinato da un giornalista, tal Felice Chilanti, il quale l’ha invitato a prendere parte a un movimento rivoluzionario (…) che si proporrebbe di eliminare tutti gli elementi di destra e conservatori del Partito e di imporre al Duce una energica politica socialista.

Tutto era previsto: attacco, arresto dei ministri, morte di Ciano”. Il genero di Mussolini non si mostra preoccupato: “con un po’ di confino o anche di carcere – argomenta –, l’ardore di questi giovani verrà raffreddato. Però non si può fare a meno di chiedersi: perché tutto questo? Non potrebbe trattarsi di un inizio di antifascismo?”. Ecco un episodio che è come il perno attorno al quale ruota una giostra, sta quasi in mezzo a una vita e la spiega tutta: quella che successe e quella che accadrà, come direbbe qualcuno la mette a nudo. Allora nell’ultimo atto del fascismo il futuro biografo di Di Vittorio è un cospiratore.

Fascista che vuole uccidere fascisti. Dunque antifascista? Forse non conosce ancora la risposta neanche lui che è nato ventotto anni prima nell’Alto Polesine da genitori contadini, braccianti e zappatori ed è cresciuto mangiando carne solo tre o quattro volte l’anno: «stufato con patate e maccheroni col condimento di stufato», e nelle stagioni brutte s’è trovato con la famiglia «senza pane, né crusca per il maiale né granturco per anatre e galline». La sua casa d’infanzia? La descrive così: «nere travi sopra i nostri sacconi pieni di foglie di granturco e le lenzuola gialle di canapa tessute al telaio dalla nonna malata».

Do per scontato il miracolo della sua crescita nonostante la denutrizione e ora di anni ne ha quattordici, quando prende un treno per Roma dove va a studiare ragioneria ospite del fratello, ma non completa gli studi e invece trova lavoro presso l’Unione provinciale fascista agricoltori. All’epoca è già «fascistello», sta con le sue idee nell’universo chiuso del regime e non sa, non può o non ha la forza di sapere che oltre quel cielo di pezza ci sono altri mondi e altre stelle da guardare. È giovane e in camicia nera ma si considera di sinistra, rivoluzionario, infatti le sue guide nella Roma del regime sono ex sindacalisti, ex socialisti, ex fondatori del Pci come Nicola Bombacci, insieme all’attuale ministro dell’agricoltura Edmondo Rossoni (sul quale, non a caso, chiederà un giudizio a Di Vittorio e nella Vita troverete la risposta). Proprio su La Stirpe di Rossoni pubblica le sue prime prove giornalistiche e nel dicembre del ’34, a vent’anni, scrive che il borghese è «il nostro avversario naturale» e la rivoluzione corporativa dev’essere una «rivoluzione antiborghese». Dunque Spirito, Bottai, Spampanato, Fantini e Orano: c’è il fascismo sociale nella testa di Chilanti.

La sua Roma intanto è tutta uno sfarzo, una tentazione sessuale: «per via Veneto scoppiavano seni ristretti nella seta, ondeggiavano le piume, voci, alte acclamazioni, bassotti e pechinesi festosi abbaiavano ai cani lupo, un fremente lungo clamore d’evviva alalà», mentre «Italo Balbo coi trasvolatori prendeva l’aperitivo da Rosati». Ma deve lasciarla nel ’35 per il servizio di leva al quale, ricorda lui stesso, s’avvia «come a prova del senso collettivo della vita contro il detestato spirito borghese», e invece l’aggregano alla terza compagnia chimica per l’uso dei gas «in distaccamento solitario nella valle alta dell’Adige». Gli fanno cantare un inno che dice: «noi con l’iprite e l’aggressivo non ne lasciamo nessuno vivo». S’addestra a maneggiare l’arma di sterminio che consegnerà l’Africa a Mussolini, forse intuisce le pelli vescicate e le piaghe sul corpo di uomini, donne, bambini d’Etiopia. Apprende schifato un nuovo volto, militarista e stragista, del fascismo.

Le altre parti della biografia