Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia

«Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia, nelle strade, nelle entrate delle case, soprattutto nelle camere dei malati, l’aria era azzurrognola per il fumo e profumata, neanche sembrava la fetida città dei giorni di salute. C’era una gran ricerca di lingue di S. Paolo, che sono pietre in forma di lingua d’uccello e che si trovano sulle spiagge che da S. Paolo vanno fino a Santos, sarà per santità intrinseca dei luoghi o per santificazione che viene loro dai nomi, ciò che tutti sanno è che queste pietre, e altre, rotonde, della grandezza di un cece, sono di sovrana efficacia proprio contro le febbri maligne perché, composte come sono di polvere finissima, possono mitigare l’eccessivo calore, eliminare i calcoli e talvolta provocare sudore. La stessa polvere, che risulta dalla macina delle pietre, è decisiva contro il veleno, quale esso sia e quale sia stata la sua somministrazione, soprattutto in caso di morso di animali velenosi, basta mettere la lingua di S. Paolo o il cece sulla ferita e in un istante il veleno è risucchiato. In tali casi, queste pietre si chiamano occhio-di-vipera.

Con tutto ciò pare impossibile che ancora possa morire gente, con tanti rimedi e tanta protezione, qualche irreparabile colpa, agli occhi di Dio, avrà commesso Lisbona perché siano arrivate a morire in questa epidemia quattromila persone in tre mesi, il che significa più di quaranta cadaveri da sotterrare tutti i giorni. Le spiagge sono rimaste senza pietre, e zitte le lingue di quanti sono morti, impediti questi ultimi dallo spiegare che tali farmaci non li avrebbero potuti curare. Ma lo avessero pur detto, proprio questo avrebbe dimostrato la loro impenitenza, poiché non avrebbe dovuto causare meraviglia che delle pietre potessero curare febbri maligne solo perché ridotte in polvere e mescolate al cordiale o nel brodo…»

José Saramago, Memoriale del convento, Feltrinelli, traduzione di Rita Desti e Carmen M. Radulet

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