Un effetto farfalla

È morta una persona cara. Abbiamo dovuto creare spazio in casa per gli oggetti che ha lasciato. Una cantina è stata svuotata. È stato affrontato un armadio: i suoi due scaffali più alti, subito sotto al soffitto, che non aprivo da vent’anni.

Ero convinto che contenessero solo i materiali della mia tesi di dottorato. Invece no. Ho (ri)scoperto quattro faldoni di carte appartenute a mia madre. Non ricordavo proprio di averle messe lassù. Avevo vissuto e dimenticato quelle carte.

Tra di esse (quaderni di appunti, bozze di articoli, poesie) ho trovato una cartella che riguarda Pranzi d’autore. Contiene ciò che oggi definiremmo Proposal: il progetto del libro proposto all’editore prima del via libera, del contratto e di mettersi al lavoro. Cartelle scritte a macchina (sulla Olivetti verde, un giorno ve la farò vedere), corrette in bozza, riscritte, appuntate in corsivo.

Ho ritrovato tutte le intenzioni del libro e, nel progetto, esattamente ciò che sarebbe poi stato Pranzi d’autore.

«Ci sono molti modi di mangiare: nella vita, nei libri e all’interno dello stesso libro.

Nell’universo dei grandi autori, il ruolo del cibo è sempre un po’ oscillante fra il dettaglio significativo e il gesto volutamente laterale.

Nel proporre un libro sulla presenza del cibo nella letteratura, penso a qualcosa di deliberatamente “pettegolo”. Escludo, dunque, la pretesa di stabilire nessi espliciti fra microcosmo gastronomico e poetica degli autori o fra il cibo e l’ambientazione storica delle vicende: e anche la pretesa di chiose critiche specifiche su autori e opere.

Il taglio dovrebbe essere piuttosto dato dalla curiosità, se vogliamo un po’ casuale, di chi va a guardare nella dispensa; i criteri di scelta, quelli della descrivibilità del materiale in questione (il cibo, appunto).»

“Si potrebbe organizzare il libro come un menu.”