Qualche novità sul sito

Arrivano dei cambiamenti su questo sito che ha ormai quasi dodici anni e non sarebbe mai nato, se non fosse successo qualcosa che adesso non ho tempo di raccontare ma forse un giorno sì. Ho aggiornato la rassegna stampa di Storia aperta (con tanti bei pulsantini colorati che rimandano alle recensioni) e la pagina nel portfolio dedicata al romanzo. Ho eliminato il rullo del blog dalla home: adesso c’è solo il portfolio con le sue immagini, i gagliardetti, le medaglie.

Ma nel footer, e questo è stato divertente, ho ripreso gli ultimi post e la nuvola dei tag, che adoro anche se mi dicono che è passata di moda. Cioè io adoro tutto quello che è passato di moda.

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Il mese più veloce del West

Non riesco ad aggiornare seriamente il sito perché sono preso da lavoro impegnativo, oltre che – nel gennaio trascorso, volato – dal congresso Cgil, e da una piazza che si è andata riempiendo contro i porti chiusi (Roma, Montecitorio, 28/1). In assenza di parole metto le foto. Non indizi, prove.

Metto una targa in memoria di Giuseppe Di Vittorio (Bari, 23/1).

Metto una pagina classica di Primo Levi, da Il sistema periodico, sull’impurezza e l’antifascismo.

Metto una lettera inviata dal padre, un tempo bambino ebreo ungherese scampato al genocidio nazista, alla figlia, nel giorno della sua nascita libera in Svezia.  Un consiglio molto, molto saggio: mai commiserarsi (da Elisabeth Åsbrink, 1947).

Segnalo questa conversazione che ho avuto con la scrittrice tedesca Natascha Wodin a Plpl 2018, poi pubblicata su Nazione Indiana.

 

 

 

Non essere

Esattamente 10 anni fa, di questi tempi, concludevo la stesura di un manoscritto che s’intitolava Città distrutte, e iniziavo a mandarlo in giro. Senza immaginare che avrebbe atteso 4 anni la pubblicazione. In realtà senza immaginare nulla di nulla.

Fu un inverno da covo. Anche la mia compagna lavorava a una ricerca e quel gennaio, quel febbraio, uscimmo poco la sera. Ripresi a suonare la chitarra, imparai le accordature aperte, guardavo film di Hitchcock e concerti dei Radiohead. Ero abbastanza felice. Avevo messo il tempo in letargo: è un evento esistenziale rarissimo che si giova del non avere progetti né malattie, e del godimento di musica, cinema, letteratura. Necessita pure di un’inclinazione domestica, casalinga; o dell’esatto contrario: star sempre fuori di casa, vivere i giorni esternamente.

L’evento domestico non può che accadere a gennaio, a febbraio. Con buona pace dell’homo faber, il letargo del tempo è bellissimo. Il silenzio delle ambizioni. La sedazione dell’io. Ogni attesa indossava lo stesso abito: il golf coi buchi sul gomito, i calzoni sbiaditi; è il dress code per partecipare alla serata “uscire dal secolo”. Serve una persistenza nel non dare appuntamenti a sé stessi, prima che agli altri. L’unico obbligo è nutrirsi (e non solo del cibo), abbeverarsi (e non solo dell’acqua).

Non voler essere nessuno, e non esserlo.

Sotto casa, all’altezza dell’asfalto e delle zanelle, dei cerchioni, dei contatori del gas, delle radici dei pini, delle pigne scorticate, dei peli di gatto, delle monete perse, lì dove respirano i neonati nei passeggini, e dove si fermano a riposare le nonne quando si piegano, dormiva una creatura sfrattata e letargica: era il mio calendario, ma non era più mio, e io non ero più suo.