Tre domande dal Premio Zeno e tre risposte al Premio Zeno

Il Premio Zeno mi ha proposto di essere giurato d’onore della sua XI edizione, e mi ha mandato tre domande, e io ho inviato al Premio le mie tre risposte.

Eccole qua sotto:


Quando hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinto a farlo?
Ho iniziato a scrivere molte volte. Racconti di cowboy e saghe di cavalieri ispirate al ciclo arturiano da ragazzino. Racconti romantici a diciassette anni. La storia della malattia e morte di mia madre a 26 anni; per fortuna non trovò un editore, un amico critico letterario mi disse che i libri sulla morte e la malattia non avevano grandi possibilità di essere pubblicati, il mondo da allora è cambiato. Biografie immaginarie e racconti storici su base documentale, qualche anno più tardi, dopo avere scoperto grazie a Danilo Kiš che si poteva fare. Cosa mi ha spinto a farlo? La presunzione che un giorno sarei stato in grado di farlo. Cioè scrivere letteratura. Non so perché ne fossi convinto ma era l’unico obiettivo che mi ponevo. Il resto era sussidiario. Studi universitari, lavoro, “carriera”. Se ci ripenso è abbastanza assurdo, per non dire folle.

Quali sono i motivi per cui hai accettato di fare da giurato d’onore della XI edizione del Premio Zeno?
Curiosità. E poi non mi andava di scontentare o deludere nessuno. Penso siano due ragioni molto valide per non dire di no.

Hai un consiglio da dare agli autori che parteciperanno all’edizione 2023?
Le categorie del concorso sono molte, e immagino anche le generazioni di autrici, autori o scriventi, quindi è molto difficile trovare un consiglio che vada bene per tutti. Ci provo con un consiglio lungo e un consiglio breve rivolti a chi proporrà racconti o romanzi. Consiglio lungo. Qualche anno fa, durante la cerimonia di un premio letterario, un autore famoso, giallista, ospite d’onore, disse che quello che conta sono le storie, non le parole (ero lì, momento indimenticabile). Ecco, per come la vedo io è il contrario esatto. Quello che conta sono le parole, non le storie. Più precisamente: conta la voce. Bisogna trovare la voce. Costruire la voce. Tutti hanno una storia da raccontare, ma pochi hanno la voce per farlo. La voce per alzarsi davanti al fuoco, mettere gli altri in ascolto e raccontare la storia. Questo tono, o stile, nasce dal talento e dall’educazione del talento. E deve essere originale. La sua unicità risulta spesso dal dosaggio degli ingredienti. Ritmo, sintassi, punteggiatura, “schemi” di occupazione della pagina, temi, ossessioni, lessico, architettura del romanzo o racconto, la tradizione entro la quale ti inserisci, l’innovazione che proponi. È difficile, il rischio di stonare è alto: i luoghi comuni, le frasi fatte, l’eccesso di aggettivi (su questo rimando al Decalogo di Horacio Quiroga), l’inutilità di certe storie, l’inconsistenza di alcuni dialoghi – il fallimento è più probabile del successo. Fallimento o successo nel tentativo di creare qualcosa che funzioni. Bisogna essere severi con sé stessi. Nessuna autoindulgenza, nessuna generosità. Consiglio breve: leggere poesia.

Su «Cassandra a Mogadiscio» di Igiaba Scego

Ho letto, sottolineato, annotato per una decina di giorni Cassandra a Mogadiscio, il nuovo libro di Igiaba Scego. Poi l’ho posato sul mio tavolo. Poi me ne sono andato in giro nelle mie giornate, nel lavoro, nelle perdite di tempo, ma dedicandogli sempre uno scompartimento dei miei pensieri; pensieri che adesso ho provato a organizzare negli appunti che ho pubblicato su Nazione Indiana.

Quando qualcuno evoca la parola “storia”, penso subito a biblioteche e archivi, a carte, documenti e libri, a parole scritte e tramandate: parole come pilastri, carte come mattoni sui quali edificare, appunto, una storia (e una lingua, e uno stile). Ma non sempre si può disporre di un archivio, di un lascito familiare, di un deposito genealogico, di lettere o diari preziosi.

Questo libro – è la mia impressione – risolve con ammirevole sapienza il problema delle fonti, ossia del metodo d’indagine (e l’autrice è lei stessa fonte) e il problema della forma, ossia di un’architettura narrativa che trasmetta la voce della memoria. Poi ci sono molti altri temi altrettanto importanti, ho provato ad accennarli nel pezzo.

«Come d’aria», il libro stoico di Ada d’Adamo

«I don’t see the point of privacy.
Or rather, I don’t see the point of leaving testimony in the hands or mouths of others.»
Harold Brodkey, This wild darkness

Scorre da decenni nella letteratura occidentale – diciamo dal tardo Novecento a oggi -, una corrente memorialistica, intima, per quanto possibile onesta che dà voce al racconto autobiografico della malattia, a volte propria, a volte di una persona cara e amata. Forse dovrei precisare che questa voce nasce da un bisogno, nella psiche e nel corpo, di tirare fuori il dolore da sé, di renderlo altro da sé, esterno nella pagina scritta, enunciato, procreato, partorito ottenendo un lieve, per quanto illusorio, distacco. Oppure il bisogno è di lasciare una testimonianza, la propria, quindi disintermediata rispetto a qualsiasi eredità testimoniale raccolta da altri.

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