La scuola che andò a fuoco

Più di trent’anni fa e quasi quaranta questo padiglione scolastico andò a fuoco. Una stufa di ghisa rimase accesa troppo a lungo. La maestra severa si distrasse tra i disegni e le ocarine dei suoi allievi, e poi uscì a controllare i maschi.

La maestra gentile giocava nel bosco con le bambine, e lei pure si distrasse. Nessuno s’accorse del fumo che iniziò a filtrare da ogni varco: dagli infissi delle finestre, dalle scuri e dal legno tarlato, da porte chiuse e socchiuse; mica solo dalla canna del camino!

Ma quando il bosco si riempì di caligine e del suo odore, ecco che scattò l’allarme. Le maestre corsero dentro al padiglione, che ospitava due classi. Trassero in salvo i bambini. Una fila di bambini venne fuori dalle ceneri. Uscì la bambina dai riccioli biondi. Uscì il bambino col flauto contralto Aulos. Uscì la bambina dai riccioli scuri col righello e la squadra.

Ogni bambino che usciva s’univa al coro degli altri bambini, testimoni dell’incendio nel bosco. Ma nessuno si fece del male. L’ultima a venir fuori dal fumo, come da una sorgente, fu la maestra cattiva. Portava i disegni dei bambini, non li aveva lasciati a bruciare. Forse non era così cattiva.

Questo, come dicevo, è successo più di trent’anni fa e quasi quaranta. Ora invece il padiglione è OK.

Il padiglione della Giacomo Leopardi, 3.2.2012

Archivstrasse

Bisogna prendere la metro in direzione Dahlem, linea U3, e scendere a Podbielski Allee. All’uscita c’è uno spaccio dove si possono comprare un panino e un giornale. Anni fa lo gestivano due anziane signore che, immagino, saranno morte.

A dispetto del suo nome, dell’Archivio di Stato che ospita e del quartiere universitario nel quale si trova, Archivstrasse è una via residenziale. Percorrendola s’incontrano villini monofamiliari le cui pareti esterne, interrotte da ampie finestre o canoe appese a un gancio (siamo vicino ai laghi), sono pure ricoperte da rami d’edera.

Il canto degli uccelli si avverte più spesso del passaggio di un’automobile. Dirimpetto alle abitazioni, edifici civici – la scuola, l’ufficio delle poste – sbucano tra quello che resta di un bosco.

Dieci minuti e si arriva all’Archivio: palazzo enorme e di fattura neoclassica, dall’ampio cortile e dal portone maestoso . Sembra atterrato da un viaggio lontano, un estraneo. La sua apparizione zittisce l’edilizia che lo precede. Ma tornando verso casa ritroveremo edere e uccelli.

Rudi K., padrone di casa a Berlino

Agosto 1990, Berlino.

Rudi K. è il mio padrone di casa, mi ha affittato una stanza e io quando posso converso con lui.

Rudi K. è alto, biondo, ha circa 40 anni ed è scappato dall’Est prima che buttassero giù il Muro. È scappato quando a scappare rischiavi la vita. È scappato dalla dittatura, da Honecker, dai cosmonauti, dallo studio del russo, dal socialismo reale e da una moglie ancor più reale.

Rudi K. vive a Neukölln, quartiere di operai e immigrati.

Rudi K. ha un figlio che adesso sta in vacanza. E nel letto del figlio ci dormo io.

Rudi K. non ha più una moglie, ma ha un fidanzato. Un ragazzo greco che vive con lui, e col figlio e quest’agosto con me. Un ragazzo magro, basso e dai riccioli neri. Il ragazzo di Rudi K., profugo dell’Est, uomo in fuga da Honecker.

Rudi K. ama la cucina macrobiotica, coltiva una pianta di marijuana in soggiorno, il venerdì sera va al pub a bere, tiene in bagno un mucchio di riviste gay e parla poco.

A parte le birre del venerdì sera e i capelli biondi, Rudi K. non corrisponde alla mia idea di “uomo germanico”.

Dove sono i salsicciotti e la senape nel frigo di Rudi? Dove sono i crauti e il muessli?

Rudi K. ha messo il mondo alla rovescia. Non ha più il comunismo. Non ha più una donna ma un uomo. Mangia cibo esotico. Rudi K. è libero.

Rudi K. mi fa paura: assomiglia a Rutger Hauer, parla poco e ha uno sguardo di ghiaccio. Lo so, è un luogo comune, ma lo sguardo di Rudi è davvero di ghiaccio.

Un giorno torno da una passeggiata nell’Est e dico a Rudi che i palazzoni di Karl-Marx-Allee non sono mica male. Mica male quest’edilizia realsocialista! E Rudi mi fa uno dei suoi sguardi laser e dice: Continua a leggere “Rudi K., padrone di casa a Berlino”