«Cara reinserzione culturale del disoccupato». Una lettera di Andrea Inglese

inglese

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«Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,
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le mie relazioni sociali che stanno
così bene al di fuori di me così
ben al di sopra
.
le mie relazioni sociali sono in costante
miglioramento sono quasi ottime tutte
.
tenendo la mia follia lontano
dalle mie relazioni sociali
che vanno sempre concepite come massa
vellutata anonima
separando tutta la mia sete d’amore
l’incalcolabile desiderio di posare una mano
sulla coscia sulle radiazioni interne
gli aloni i tremiti minimi di una coscia
allontanando il bisogno di mordere e colpire
dalla sfera chiara delle mie relazioni sociali.
io credo di poterle anno dopo anno migliorare
in un solo blocco le relazioni sociali
senza fenditure e crepe come dentro
una sagoma dalla superficie uniforme
e da cui io sono completamente tolto .
e posto così lontano che la mia furia
la mia continua collera demente
il mio rompere la sabbia a colpi di bastone
il mio sputare su ogni singolo fiore di prato
il bruciare ogni foto di persone amate ogni panno
soltanto sfiorato
.
posto così lontano che la mia mente
terrorizzata la mia mente di cane
non possa scendere nell’ingranaggio
morbido delle belle
relazioni sociali
.
a quella distanza
io ben sciolto dalle mie relazioni sociali
sempre più implose in perfetto precipitoso
ottimizzarsi
.
posso ora ridere
del lungo interminabile giro
dell’avvicendarsi di albe e tramonti
dell’insensato mio avvicinare
e discostare labbra
da altre labbra.»

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Questa è la numero 16 delle Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, di Andrea Inglese (Italic Pequod, 2013). Io le trovo deliziose e strazianti. Ne vorrei una per ogni giorno dell’anno. Qui si pongono delle questioni. Le risorse, il posto nel mondo, le relazioni, il lavoro: temi che interrogano ma rimbalzano sul no comment di gomma. La Reinserzione non risponde. Non – c’è – risposta. E’ anche un non-dialogo sensuale e d’amore. Ma cosa c’è di più straziante di una lettera senza risposta? L’organismo epistolare decede nel silenzio del destinatario. Forse è per questo che nella seconda parte del libro, Le circostanze della frase, la voce smette di interpellare ed entra in una geometria di asseverazioni? Il punto di domanda si estingue.
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Dalla bandella:

Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato si presenta come un epistolario in versi monco, di cui conosciamo sole le 17 lettere scritte dal mittente. Quest’ultimo, un uomo senza lavoro, si rivolge ad un’entità dai contorni vaghi, la “Reinserzione Culturale”, che avrebbe come compito derisorio l’integrazione del disoccupato nella vita culturale. Questa “Reinserzione” assume di volta in volta l’aspetto anonimo e astratto dell’istituzione o quello concreto e individuale del funzionario, a cui il mittente attribuisce tratti femminili. A partire da questa doppia ambiguità – una corrispondenza che forse non ha mai avuto luogo e un destinatario dall’identità incerta – l’argomento stesso delle lettere appare instabile e sfuggente. Di cosa vuole parlare il disoccupato? Di una straziante delusione amorosa, della propria salute mentale, di un’identità sociale fragile, del disgusto per il lavoro? Se le “frasi di circostanza” sono le frasi rigidamente plasmate da situazioni sociali apparentemente uguali a se stesse, le 15 prose che costituiscono Le circostanze della frase – la seconda sezione del libro – sono altrettanti microcosmi imprevedibili, suscitati dal deragliamento della frase. Si tratta di frasi deliranti che, etimologicamente, “escono dal solco” della sintassi ordinaria, e per ciò stesso evocano aspetti inattesi della realtà.

Sul sito di Nuovi Argomenti se ne trova un’altra, di lettera, assieme a una recensione critica, firmata da Marco Corsi, molto più seria e competente delle mie righe o tasche bucate di pareri.

2 Comments

  1. ruvide. giuste.
    bella la presentazione, anche.

    1. Grazie Daniela. Questo libro è un gioiello 🙂

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