Antonio Gramsci ritratto da Victor Serge

Serge

«Antonio Gramsci viveva a Vienna da emigrato laborioso e bohémien, tardi a letto la notte, tardi levato il mattino, militando con il Comitato illegale del PC d’Italia. Portava una testa pesante dalla fronte alta e larga, dalla bocca sottile, su un corpo gracile, quadrato di spalle e spezzato in avanti, da gobbo. Le sue mani gracili e fini avevano un fascino nel gestire. Inetto nel trantran dell’esistenza quotidiana, facile a perdersi la sera in strade che pure gli erano familiari, a prendere un tram per un altro, noncurante della comodità del giaciglio e della qualità del pasto, era intelligentemente di questo mondo. Rotto per intuito alla dialettica, pronto a scovare il falso per farlo sgonfiare con una punta ironica, vedeva molto chiaro. Ci interrogammo sui duecentocinquantamila operai ammessi di un solo colpo nel PC russo all’indomani della morte di Lenin. Che cosa valevano questi proletari, se avevano atteso la morte di Vladimir Il’ič per venire al partito? Dopo Matteotti, deputato come lui, minacciato come lui, come lui infermo e debole, esecrato ma rispettato da Mussolini, Gramsci era rimasto a Roma per continuare la lotta.

Raccontava volentieri aneddoti sulla sua infanzia miserabile; come per poco non si era fatto prete, come aveva deciso la famiglia; spogliava con certe risatine sarcastiche vari dignitari del fascismo che conosceva bene.

Raccontava volentieri aneddoti sulla sua infanzia miserabile; come per poco non si era fatto prete, come aveva deciso la famiglia; spogliava con certe risatine sarcastiche vari dignitari del fascismo che conosceva bene. Quando la crisi russa cominciò ad aggravarsi, Gramsci, per non esserne lacerato, si fece rimandare in Italia dal suo partito, lui che la sua deformità e la sua vasta fronte rendevano riconoscibile alla prima occhiata. Imprigionato nel giugno 1928 con Umberto Terracini e alcuni altri, la prigione lo mantenne al di fuori delle lotte di tendenza che provocarono quasi dappertutto l’eliminazione dei militanti della sua generazione. I nostri anni furono per lui anni di resistenza ostinata. (Uscito dalla deportazione in Russia, ero appena arrivato a Parigi e seguivo una manifestazione del Fronte popolare, nel 1937, dodici anni più tardi, quando mi misero in mano un manifestino comunista con il ritratto di Antonio Gramsci, morto il 27 aprile di quell’anno in un’infermeria penitenziaria d’Italia, dopo otto anni di prigionia.)»

Solo una da una moltitudine di pagine splendide: Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario, Edizioni E/O, pp. 210-211.

Tapioca al latte (Marguerite Duras «Una diga sul Pacifico»)

E’ una sera di lampi e di nuvole che vengono dalla parte del mare. A tavola nella stanza un po’ cadente, Suzanne e Joseph divorano una cena inaspettatamente gustosa. Come sempre dopo una giornata di particolare cupezza o di particolari maltrattamenti nei confronti dei figli, la madre ha preparato un buon pasto.

«Aveva preparato l’intingolo attendendo che essi tornassero dalla montagna. Aveva dovuto andare nella dispensa, sturare una bottiglia di vino bianco e versarne religiosamente nell’intingolo… ella preparava una tapioca col latte condensato oppure delle frittelle di banana o magari un intingolo di fenicottero. Li teneva sempre in riserva per le brutte giornate, quei piaceri».

Al dito di Suzanne c’è ancora l’anello regalatole dal giovanotto che però lei ha respinto. In fondo, di questo la madre è contenta; e anche Joseph («Lei può avere chi vuole. Una volta non lo credevo ma adesso ne sono sicuro»).

I tre vivono in un luogo sull’Oceano Pacifico, nel Vietnam allora colonia francese. Vivono innanzitutto della pazzia della madre che tenta di strappare al Pacifico terra coltivabile; e poi di miseria, incertezza, nostalgia di metropoli illuminate e di abiti nuovi. Ma vivono anche di ineluttabilità che generano ossessioni e livori fangosi, spappolati come frutti tropicali troppo maturi.

Intorno, ci sono la foresta e i villaggi, dove i bambini piccoli mangiano il riso masticato dalle loro madri. I più grandi si arrampicano sui rami dei manghi e ne divorano i frutti.

«Morivano soprattutto del colera dato dai manghi acerbi (…) perché l’impazienza dei bambini affamati di fronte ai manghi acerbi è eterna. Altri annegavano nel rac. Altri ancora morivano d’insolazione e diventavano ciechi. Altri si riempivano degli stessi vermi dei cani randagi e morivano soffocati».

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AGGIORNAMENTO, 18/12/2022

Torna in libreria Pranzi d’autore, grazie a minimum fax. Una nuova edizione delle ricette letterarie di Oretta Bongarzoni. Di Pranzi d’autore ho scritto così tanto, su questo sito, che non riesco ad aggiungere altro. Sono felice di avere trovato un editore che lo riproponesse. Voglio solo festeggiare.


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Tapioca al latte, Indocina 1930

Ingredienti. Un cucchiaio di farina di tapioca per ogni porzione (si può mescolare anche con semola e sago che è una farina ricavata dal midollo di palma), 2 tuorli d’uovo, 2 bicchieri di latte per ogni porzione.
→ Far bollire il latte, versarvi lentamente la farina e far cuocere per circa un quarto d’ora. Se il potage è troppo denso si può aggiungere altro latte. A cottura ultimata, unire i tuorli d’uovo.

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Frittelle di banana, Indocina 1930

Ingredienti. 4 banane, una tazza di farina, 2 uova, sale, mezzo cucchiaio di zenzero o di paprica, olio.
→ Tagliare a metà le banane nel senso della lunghezza. Immergerle per mezz’ora nelle uova precedentemente sbattute nel piatto. In un altro piatto, mettere la farina, il sale, lo zenzero (o la paprica). Scaldare l’olio in padella e friggere le banane dopo averle passate nella farina. La stessa ricetta si può utilizzare anche con gli ananas.

(Da: Oretta BongarzoniPranzi d’autore, Ed. Riuniti 1994, pp. 39-42. Da un po’ di tempo pubblico sul blog le ricette e le pagine tratte da un vecchio libro di mia madre. Chi vuol sapere perché lo sto facendopuò leggere qui.)

Post estivo

cielo

Ci sono libri da spiaggia e libri no? In spiaggia leggo bene di tutto. Il sole è un problema. E, se la spiaggia è affollata, gli altri, perché almeno un po’ devo concentrarmi. Se ci sono troppi altri non leggo e metto musica. Ci sono libri da montagna? In montagna non riuscii a leggere la biografia di Hitler di Joachim Fest. Ma non dovevo essere lì. Dovevo essere in spiaggia, in un’isola, con la ragazza diciassettenne coetanea. Ma la ragazza andò dovunque io non fossi, e io mi ritrovai in montagna, nella casa di un adulto, in una stanza con la biografia di Hitler di Joachim Fest. Pioveva molto. Avevo tempo. Eppure non mi riusciva di leggere la vita di Hitler. Era un libro enorme, pesante, perché l’avevo portato con me?, perché la ragazza non mi aveva portato con sé?, poggiavo la vita di Hitler per terra, dormivo a lungo sulla branda nella stanza, non avevo altri libri, Hitler ormai era in carcere, non andai oltre il carcere di Hitler dopo il Putsch, di sera si mangiava polenta e carne al sugo. Quasi mai leggo romanzi gialli. Ora sto sul terrazzo. Sto così, tra il rosmarino e il basilico. Dopo il black out abbiamo buttato il prezzemolo; portava sfortuna. Il bambù non sta bene, sale sbilenco, lo aggredisce zizzania. L’edera pare resistere. Ma l’edera muore spesso prima di settembre; non è mai salva prima di allora. Il rincospermo ha la forza del verde coriaceo. La fotinia si muove col vento. L’alloro è il soprammobile di sempre. Il gelsomino è il fesso di sempre, arrampicatore senza costrutto. Quattro lucertole abitano i vasi. La mimosa è in vacanza in Thailandia, tornerà l’otto marzo. Ho letto un libro che mi impedisce di dire erbacce. Solo erbe selvatiche. Ogni erba ha la sua dignità, dice il libro. Nel cuore selvatico di Roma. E poi pastasciutta, o acciughe fritte, e il gelato al limone. Il limone sta bene e saluta; gli ho tolto i polloni con le spine cattive e i rami che si spingevano dentro, mentre devono spingersi fuori, i rami, questo lo so.