Facce da poker

Chi frequenta la biblioteca sa ridurre tutto al silenzio il suo cellulare il suo computer la sua macchina fotografica convocata a salvare pagine senza fare clic ma studenti e studiosi non hanno il potere di far stare zitti gli stomaci. Il mio vicino siede apre il libro e il suo stomaco inizia a latrare. È insopportabile il latrato dello stomaco del mio vicino, si lamenta quella cavità viscerale con un tono così primordiale così avverso agli occhi dotti dello studioso. Uno immagina le mosse di quel gas del liquame nelle sacche di vuoto che lo studioso gesta ma uno disgustato lo tollera perché sa che tra poco succede anche a lui. Succede anche a me. Succede a tutti nella biblioteca per forza e per natura. Saltiamo il pasto ci allunghiamo nel tempo per concludere il libro ed ecco che gli stomaci latrano, vuoti, di tutte le età. C’è chi scaltrissimo adibisce il borborigmo del proprio stomaco alla suoneria del suo cellulare così che nessuno capisca se ha ricevuto un messaggio dall’amico dalla fidanzata oppure dalle sue viscere. Nel primo pomeriggio diciamo verso le 15 ma anche le 14.30 queste caverne orfane di bolo private del chilo intonano cori da branco e i volti candidi degli studiosi degli studenti diventano facce da poker.

(Immagine dalla home: una biblioteca di New York, NYPL Digital Collections)

Una pagina di Luca Canali

«Me il Partito mi aveva salvato, a vent’anni ero finito, tutto, corpo e anima, camminavo con il bastone, assetato, bucato dalle iniezioni, dopo aver fatto per semplice amore e amicizia anche il mezzano ai liberatori, procurato loro alcol e seniorine, fatto con loro il bagno nel fiume ascoltandoli con gioia chiamarmi Luk mentre nuotavo subito dopo il pranzo fra i muraglioni infuocati senza più le forze di un tempo, un affanno, una delusione di tutto poi. CanaliCosa aveva portato la liberazione per me oltre al boogie-woogie e il gioco delle tre carte nelle strade? Il fascismo era crollato, in cui avevo creduto poi non più, il timore delle retate, dei campi di concentramento, della renitenza di leva passato anche quello, mi sembrava impossibile poter entrare liberamente in un cinema, in un casino con le porte forate dai colpi di baionetta da cui spiare coiti e finti lamenti, andare dovunque mi piacesse, nulla era vietato, ma non poteva essere questa la libertà, disporre di giornate vuote, la sera fare la fila dietro un albero in attesa della dattilografa che si alzava le vesti per arrotondare il salario, sentirsi pesare addosso come piombo gli abiti intrisi di pioggia,

l’inverno senza ombrello senza fede senza odio senza amore, sempre assenti e sempre dolorosamente presenti il padre e la madre

l’inverno senza ombrello senza fede senza odio senza amore, sempre assenti e sempre dolorosamente presenti il padre e la madre, come nelle notti di plenilunio dieci anni prima in comitiva rasente il bosco sentivo un terrore vacuo, per poi sognare una molle massa tonda che mi schiacciava come un insetto, la sensazione si trasferiva alla base della lingua, un cercine di gomma, o sfuggito alla Wehrmacht dopo l’armistizio nella casa ipotecata degli avi in montagna risalivo ansimante il pendio con mio padre, le stoppie mi ferivano i polpacci, i cani mi ululavano dentro, la zia ci accolse insonnolita, contrariata anche, indicandoci il pagliericcio di foglie di granturco su cui mio padre dormì russando come sempre, io invece a rivoltarmi fino all’alba sentendo le foglie secche frusciarmi sotto, e l’angoscia di non avere più nulla, oltre la vita, una vita che doveva avere un senso oltre la fame, la sete, la stanchezza, la tristezza, la gratifica di fantasie lubriche, se dovunque si fuggiva e si moriva senza sapere perché, se odiavo il mondo perché lo amavo troppo, se non offrivo nulla per paura di essere respinto, se respingevo tutto per il rancore di un antico presunto rifiuto, se mi sembrava di smarrirmi perché ognuno prendeva la sua strada e mi lasciava solo, senza che sospettassi di poter prendere anch’io la mia o di andare con gli altri. Perciò forse tra i momenti più belli della mia vita erano stati il match con i guantoni da gioco con un tracagnotto che pestai senza odio godendo della precisione dei miei diretti attraverso la sua guardia, e il rito collettivo della sigaretta fumata intorno al fontanile fra noi fuggiaschi passandoci la cicca dopo ogni tirata,

l’urto vittorioso o l’inserimento nel circuito umano

l’urto vittorioso o l’inserimento nel circuito umano, potrei aggiungere gli agguati con fionde di elastici da cartoleria, decenne appena detronizzato dalla nascita della sorella, dietro l’angolo della chiesa a scoccare uncini di filo elettrico sulle natiche delle ragazze, quando mia madre mi vide passando di lì per caso, e non riusciva a credere ai suoi occhi, il piacere che mi procurò esserle apparso a quel modo, un’espressione nuova, non più il bambino triste tutto della sua mamma, di stradaiolo invece con la sua banda e appetibili bersagli. Ma era pochino per sopravvivere a quello che mi sembrava il crollo di tutto, al vuoto rimasto dopo la nausea delle prime Chesterfield e l’insopportabile cefalea pulsante per l’alimentazione irregolare e la fornicazione spinta, così senza credere più in me cercai fuori di me, e trovai due cose, Clodilia e il Partito, che tenni disperatamente strette, ma che avrei ugualmente perduto in seguito, pagando così la necessità di appoggiarmi ad altri per essere forte, di chiedere per poter dare, la mia ignoranza di umiltà, di corroboranti sconfitte, di abbandoni che fossero scoperte di ciò che veramente, intimamente ero».

Luca Canali, Ci chiamavano teppisti rossi, Marsilio 1996, pp. 48-50.

Morti rosse

«Ecco, proprio i fatti di Praga hanno certamente avuto un peso anche contro il fisico di Longo. Non c’è dubbio che i malori vengono quando vogliono, ma è scientificamente provato che il grande lavoro portato avanti per anni in condizioni aspre com’è sempre l’attività politica clandestina o no, in galera o sui sentieri partigiani, segna il fisico. Ma certe malattie, come quella che ha colpito Longo, sono anche determinate dagli stress dolorosi, dal dovere assumersi responsabilità fuori del comune ed è senza dubbio il caso di Longo.

Rivedo Giuseppe Di Vittorio impallidire sul balcone

[…] Ricordo Ruggiero Grieco, una delle menti più lucide del partito, nei suoi ultimi giorni di vita dopo che l’aveva fulminato l’attacco cerebrale durante una serie di comizi in Romagna; rivedo Giuseppe Di Vittorio impallidire sul balcone di Lecco mentre parla ai “fratelli lavoratori” (non solo amicizia ma addirittura vera fraternità) e poi, a poche ore di distanza, la sua morte; ricordo Mario Alicata intrepido e battagliero talvolta persino al di là degli argini, stroncato in un istante. E tutti ricordano la fine di Togliatti davanti alle pagine amare del memoriale di Yalta, rivelatrici oltre che della sua straordinaria intelligenza politica, anche del suo umano tormento per dover dire cose che avrebbero turbato l’animo semplice di molti militanti.

Ora il malore aveva colpito Longo mentre erano ancora vive le polemiche in campo internazionale e nel partito per quella decisione presa sui fatti di Praga…»

Davide Lajolo, Finestre aperte a Botteghe Oscure. Da Togliatti a Longo a Berlinguer. Dieci anni vissuti all’interno del PCI, Rizzoli, Milano 1975, pp. 106-107.

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