Quindi buon compleanno, U2

Non vi frequento da un po’, eppure siete famiglia. Se entro in un disco nuovo vostro riconosco le fattezze delle voci, delle chitarre nell’anamorfosi dei rumori moltiplicati, nel frastuono, nel beat ossessivo vostro contro la vecchiaia, contro la morte.

Spunta una melodia stupenda, una voce nuda, come quel fiore tra la cenere e la lava. Poi di nuovo il frastuono. Poi mi perdo e torno nei vostri dischi di allora, a colui che io ero.

Io ero vostro fratello minore.

Versione 2

Posso dire che mi salvaste da un decennio di musica che pareva orribile e invece, anche grazie a voi, sarà meraviglioso. Voi mi eravate fratelli maggiori – dalle cassette, dagli lp, dai bootleg, dagli spartiti, dai cd.

Voi mi eravate ventriloqui – vi riproducevo coi polpastrelli sulle corde, mediocremente nelle corde vocali.

Fu un buon periodo. Si ascoltava il nuovo disco come una messa. Il nuovo disco si faceva aspettare. Si ascoltava e piangeva, con le gambe intrecciate sulla moquette, lo sguardo sulle liriche, le serrande abbassate.

Si imparava l’inglese, grazie a voialtri irlandesi.

Aveste il periodo della passione, urlavate, vi arrampicavate, picchiavate sul tamburo, nel riff. Appresi da voi che senza passione non si può nulla, senza coraggio.

Quando entraste nel tempo dell’ironia campionata, e che gemmava una superstruttura di tracce, per me era un po’ tardi, non potevo seguirvi, non avevo più fratelli, né padri, né madri. Ma cosa importa? Viene per tutti il momento in cui si resta senza fratelli, senza padri né madri.

Forse oggi ringrazio la vostra passione, il tempo senza risparmio delle corde vocali squarciate – in nome dell’amore che non ho ancora trovato, dove le strade non hanno nome, per quanto ancora dovrò cantare questa canzone? –, ringrazio il tempo che vi elessi fratelli maggiori. Ossia: grazie a voi, gruppo rock che prese il nome di U2.

Ermanno Rea e il nome esatto delle cose

Per Ermanno Rea (Napoli 1927 – Roma 2016) nutrivo un’ammirazione priva di esitazioni o dubbi. Il che – immagino – è una rarità, quando si ha a che fare con uomini e donne che lavorano con le parole, e ne possono sempre dire o scrivere una di troppo o che non ti piace.

Mi capitò di scoprirlo vent’anni fa, con Mistero napoletano, un libro fondamentale per me che ero abituato a tutt’altre memorie comuniste (Una scelta di vita e dintorni, per intenderci).

Quando «l’Unità» e la Cgil ripubblicarono il suo La dismissione in una collana di narrativa sul lavoro, ebbi l’occasione di intervistarlo. La dismissione è la storia di una fabbrica smantellata pezzo a pezzo: l’Ilva di Bagnoli, la cattedrale siderurgica del meridione. Ed è la storia di Vincenzo Buonocore, un operaio qualificato che smonta la fabbrica per i suoi acquirenti cinesi. Un operaio talmente bravo e competente da essere più bravo e competente dei suoi stessi capi.

A volte provo a immaginare cosa e chi sarebbe stato Buonocore in un’altra epoca della storia italiana, magari al Nord, nel 1969, durante l’occupazione e l’autogestione delle fabbriche: sarebbe stato senza dubbio un operaio in grado di gestire e dirigere uno stabilimento; e allora ce ne furono molti. Grazie a Ermanno Rea mi è rimasto impresso, indelebile, questo personaggio di lavoratore raccontato senza retorica, trovando sempre le parole giuste.

Di quell’intervista a Ermanno Rea c’è il video di «Rassegna.it» su YouTube. Qui Rea parla di Bagnoli, dell’industrializzazione fallita di Napoli, delle speranze e delle delusioni. Verso la fine dice una cosa importante…

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“Avevo l’obbligo di capire di cosa parlavo: i termini esatti, il nome esatto delle cose”.

Compito che si concretò nelle tante pagine esatte del romanzo. Ne ho aperta una caso e la cito qui:

«Il mio progetto era semplice, in un certo senso banale, ma anche stimolante per una persona non priva di passione creativa. Avevo deciso di ripulire i bulloni di tutti i detriti che vi si erano accumulati sopra, riportandoli alla loro forma originaria. E se l’acciaio liquido avesse “mangiato” del tutto i bulloni? Si trattava di un’ipotesi estrema ma non impossibile. In tal caso il problema sarebbe stato quello di ricrearlo di sana pianta. Non ero forse il figlio di un intagliatore, di un artista? Tutto sommato non avrei dovuto dar forma ad alcun angelo, ma soltanto a un semplice bullone

[…]

Ce l’avrei fatta: non avevo dubbi. Qualche incertezza ce l’avevo semmai su quello che sarebbe successo dopo, quando avessi tentato di svitare i bulloni pazientemente ricostruiti ricorrendo a tutti i mezzi a mia disposizione. A cominciare dal più potente di tutti: le chiavi a battere.

Facevano parte della mia attrezzatura, come le chiavi pneumatiche ad aria compressa e lo stesso cannello ossidrico, da usare nel caso avessi fallito l’impresa.

[…]

Tirai il fiato e mi misi a lavorare. Con una matita grassa a punta sottile tracciai delle linee sui fianchi del grumo, dopo aver preso con un metro metallico a scatto alcune misure per individuare il centro esatto del bullone sommerso. Subito dopo cominciai a lavorare di scalpello, in modo da creare lungo le linee tracciate a matita un solco diritto e profondo utile a delimitare quella che sarebbe stata la mia prima area di intervento, la più periferica. Prevedevo infatti di procedere verso il bersaglio per successive tappe di avvicinamento a carattere rotatorio.

Tracciai il solco con grande rapidità e cominciai subito l’opera di pulitura vera e propria, usando alternativamente uno scalpello a lingua larga e uno con la punta a chiodo».

[ Ermanno Rea, La dismissione, Rizzoli 2002, pp. 296-297 ]

Siamo stati fortunati ad avere uno scrittore come Rea. Spero che non smetteremo mai di leggerlo e rileggerlo.

Pubertà

«In sostanza tutta la mia pubertà può essere descritta attraverso la situazione politica degli anni ’80.
Primo bacio a una ragazza.
Muore Brežnev.
Secondo bacio (a un’altra ragazza).
Muore Černenko.
Terzo bacio…
Muore Andropov.
Sono io che li ammazzo?
Primo goffo amplesso nel parco.
Černobil».

Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, a cura di Giuseppe dell’Agata, Voland, Roma 2013.

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gospodinov