Cose che succedono in biblioteca

Studiavo per Storia aperta e iniziai a leggere la monografia di Nello Ajello su “Intellettuali e PCI”, un testo classico, importante e ancora attuale. Presi nota delle fonti che citava – soprattutto la memorialistica – per poi trovare e leggere anche quelle. Il tipico percorso di deduzione di una bibliografia. Quindi andai in biblioteca. Richiesi i primi volumi. Iniziai a leggerli. Erano sottolineati, annotati e commentati. I testi erano versati in un Fondo Ajello. Nello Ajello era morto da pochi anni. I libri che stavo leggendo erano appartenuti a lui, ed erano stati donati alla biblioteca. La stessa biblioteca che avevo scelto per leggere quei libri.

Mi convinsi che i tratti di matita, e i commenti, fossero di Nello Ajello. Non ne avevo la prova provata, ma mi pareva evidente.

Mentre leggevo “Intellettuali e PCI” mi ero detto (ad esempio): questo “Esame di coscienza di un comunista” di Fabrizio Onofri, citato da Ajello, me lo devo assolutamente procurare. E adesso lo avevo sul tavolo nella copia posseduta e studiata dall’autore in persona durante le sue ricerche in preparazione di “Intellettuali e PCI”. Fu come ritrovarsi dentro un’indagine involontaria sulla costituzione di un saggio. Ajello mi aveva fatto scoprire dei libri e ora li guardavo con i suoi occhi, e toccavo la stessa carta toccata da lui: la prima lettura, i primi passaggi sottolineati quando forse non sapeva neanche lui che libro avrebbe scritto, quando studiava e basta, assorbiva e rifletteva, esattamente come me, che non sapevo che libro avrei scritto, e leggevo, leggevo, leggevo. Ma ero intrappolato nella storia. A generazioni di distanza. Ancora lì, su quei testi, su quelle vite. Senza sapermene liberare. Le pagine d’inchiostro di Onofri (1949) e i commenti su lapis di Ajello (anni ’70?) entravano nei pixel delle mie foto su smartphone (2016).

Io poi ero in ritardo sul tempo, ero in ritardo su tutto. Quando, alle sette di sera, la biblioteca chiudeva e tornavo a casa, mi sembrava di avere sulle spalle un naufrago.

Mi correggo: questo poteva capitarmi “solo” in una biblioteca, non su Google Books.

La prima copia

Storia aperta, romanzo Bompiani, esce il 15 settembre. Il 9 settembre ho ricevuto la prima copia. Una coincidenza non da poco. Un altro 9 settembre, quello del 1943 – il giorno dopo l’armistizio, il giorno delle scelte – sta nel centro del libro e cambia la vita del protagonista. Spero di averla raccontata bene, questa vita. Mi ha illuminato e motivato a studiare, e poi a scrivere, per molti anni. È impressionante che non mi faccia più compagnia, che non sia più un progetto. È lì sopra al tavolo, anche un po’ inerme, e fuori da me.

Risolvere un padre

Il primo settembre del 1915, 106 anni fa, forse intorno a quest’ora, nasceva il signore nelle foto. Mio padre. Quando era vivo, non capivo nulla di lui. Ed era un po’ un torturatore. Aveva il problema di non riuscire a fare del bene alle persone cui voleva bene. Ma che le amasse e fosse amato da loro è certo. Dopo la sua morte, infatti, quell’amore è resuscitato. Non si può odiare un morto, soprattutto se da vivo ti ha amato. Ma conoscere un padre morto è possibile? Cioè capire qualcosa di lui. Si può? Lasciò, mio padre, milioni di parole. Milioni e milioni di parole. Scritte. Lasciò la sua storia. È stato il suo regalo per chi è rimasto. Un dono pesante che può anche schiacciarti. In una delle foto mi guarda e spara. Sembra sfidarmi. “Prova a risolvermi, se sei bravo. Spara prima di me”. Ma come fai a risolvere un padre? Io comunque non gli ho mai sparato, e non sparo neanche adesso. Invece ho studiato le sue parole. Molto, e a lungo. E ho fantasticato sulla sua vita impressionante. Questo padre ho deciso di risolverlo così, ringraziandolo: per avermi lasciato tanto da studiare e da immaginare. L’ho risolto studiandolo. Sono andato a conoscerlo. Credo che ci siamo fatti un regalo reciproco. E abbiamo deposto le armi. Un morto e un vivo possono anche parlarsi. Piccoli miracoli tra esseri umani.