Su «Alla linea» di Joseph Ponthus

Su Domani scrivo di un romanzo impressionante uscito da poco in Italia: Alla linea, di Joseph Ponthus (Bompiani). Di Ponthus mi aveva parlato per primo Alberto Prunetti, poco più di un anno fa. Adesso ho avuto l’occasione di approfondire. Alla linea è un’autobiografia in prima persona. La storia di un giovane uomo, proletario, istruito, colto, che s’impiega come lavoratore interinale nell’industria agroalimentare della Bretagna. Lo stile di Ponthus è libero, erratico, anarchico, lirico, ricco di un ritmo nel quale si ripercuote il lavoro coi sentimenti che detta al protagonista narratore: ansia, tristezza, sollievo, riposo, rabbia, voglia di cantare le tue canzoni del cuore o di declamare il tuo scrittore preferito per sopravvivere alla fatica fisica, alla fabbrica che ti strema, desiderio di tornare da tua moglie e dal tuo cane e via elencando. È l’esito, questo stile, di un attrito continuo tra il resoconto del lavoro e le fughe mentali dallo sforzo operaio (nella cultura, nella poesia, nella musica). Ed è giocoso, colmo di allusioni, digressioni e doppi sensi.

Questo libro lo consiglio vivamente.

La fabbrica mi ha calmato come un lettino
Se dovevo impazzire

Impazzivo i primi giorni ai gamberetti ai bastoncini di pesce al mattatoio
Impazzivo la notte del tofu
La fine della fabbrica sarà come la fine dell’analisi
Sarà semplice e chiara come una verità
La mia verità