Gianni Montieri (Poetarum Silva) su MPLR

Poetarum Silva pubblica un bellissimo pezzo di Gianni Montieri su Mio padre la rivoluzione. Inizia così:

«Quando un libro mi conquista è facile che mi resti in testa per settimane, che alcune frasi mi si ricompongano nella mente mentre sto facendo qualunque altra cosa, un po’ come accade con le belle poesie. Stai camminando e ti tornano nitidi e perfetti due versi di Montale, una chiusa di Strand, un attacco di Pagliarani. Se devo scrivere di un libro bello comincio una sorta di rielaborazione involontaria della storia dentro la mia testa: ripenso ad alcuni passaggi, sottolineo mentalmente alcune parole, entro nei dettagli e scelgo le cose da dire. Nel caso di Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio ho passato alcuni giorni a sentire dentro di me il ritmo delle frasi, il suono che fanno le parole andando da una all’altra, rivedendo alcune scene, i volti dei personaggi, le loro storie vere rielaborate nella versione di Orecchio, l’unica che ormai per me contava, e senza penna né carta ho cominciato a scrivere. Il pezzo sui racconti di Davide Orecchio è nato davanti all’Ospedale SS. Giovanni e Paolo di Venezia, mentre passavo del buon tempo. C’era il sole, la gente passeggiava, c’era un mercatino, non troppi turisti; c’erano la mia compagna e i miei cani, era ottobre naturalmente, e balzavano fuori dal canale poco distante, come sputate fuori da un riflesso le storie di Davide Orecchio».

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Nelle foto (di Guido Pacifici): la manifestazione dei nostalgici a Mosca, 7.11.2017 (gulp).

Dalla parte di Swann

Questo gatto è malato da un anno. Sembrava guarito. Ma s’è ammalato di nuovo. Dal bambù sono sgorgate le canne più fragili, più esili, in meno di un mese le foglie si avvitano. Il pavimento di clinker ha macchie calcaree, strati di pietra al perimetro di ciascuna soglia.

La voce dice: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino. 

Quando intuisce il suo male il padrone del gatto si arrabbia, quando ha certezza del male coccola la creatura che risponde con piccoli, coscienti gemiti.

Chiede alla voce: posso contestare? La voce risponde: meglio che tu non bestemmi, tu china il capo, supplica, conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

La città non ha acqua, eppure la malattia si nutre di sorgenti segrete, la città non ha vento, eppure la malattia respira un libeccio segreto e si ossigena.

Chiede alla voce: posso ribellarmi? La voce risponde: fai quello che vuoi. Quello che fai è programmato, oppure riprogrammeranno il programma.

Tutti gli inquilini del palazzo hanno perso un gatto. Solo lui non ha perso un gatto, e il suo gatto è malato. Ora il palazzo è entrato nell’era dei cani. Lui si convince che l’assedio dei cani e l’estinzione dei gatti abbia a che fare coi ghiacciai che si sciolgono. Nel tempo del permafrost l’acqua perenne, dolomitica, pura consentiva la vita dei gatti. Poi scese a valle e si prese col fango, e intorbidita dai batteri e dai funghi vivificò la razza dei cani.

Chiede alla voce: questo gatto è giovane, dovrebbe salvarsi?

La voce dice: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

Ma se una razza si estingue, un suo esemplare non si salva da solo.

Il municipio spegne i lampioni, ma nel buio della città la malattia vede bene.

Il municipio raziona l’acqua, ma nella siccità la malattia si disseta.

La razza di cui stiamo parlando è la razza dei gatti che lo hanno reso felice, e questa razza ha un solo esemplare, che è il gatto malato.

La voce indica gli anni, le cifre, il destino (il programma).

Sul computer azzurro lavora a uno scritto sulla storia del gatto. Ci vorranno almeno due anni per raccontarla. La storia del gatto inizia più di un secolo fa, attraversa due guerre, il tempo dei neri, il tempo dei rossi. Lo scritto sul gatto è la sua più grande fatica, il suo sacrificio più alto.

La voce ripete: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

Piccola visita ai luoghi di Roma occupata (1943-1944)

Ho fatto una piccola visita (incompleta e parziale) ai luoghi di Roma nell’occupazione nazista e nella Resistenza. Non tutti i luoghi. Quelli che ho potuto raggiungere e fotografare (altre foto le ho ricevute da amici). Il mio Virgilio è stata questa guida: Anthony Majanlahti e Amedeo Osti Guerrazzi, Roma occupata 1943-1944, il Saggiatore 2010; insieme ad altri testi che citerò di volta in volta. La visita è divisa in 25 tappe. Una più dolorosa dell’altra. Una più necessaria dell’altra.

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Considerazioni sulla paura

«AVEVO PAURA, COME TUTTI. Ma cercai di rendermi conto di che natura fosse questo sentimento così istintivo, di dove esso scaturisse, come agiva, che cosa lo portava a scomparire d’un tratto così come d’un tratto era entrato in me. La guerra mi diede tutte le risposte che io cercavo. Mi insegnò che la paura è, a suo modo, una dottrina dell’esistenza, una disciplina da imparare.

[…]

Poi occorre saper convivere con la paura per evitare di esserne dominati. Convivere significa vivere insieme senza darsi troppo impaccio reciproco, anzi con un certo grado di disinvoltura. Sarebbe disastroso lasciarsi signoreggiare dalla paura. Si resterebbe schiacciati, le membra e la mente avvinte come nella stretta di un serpente, inerti e disarmati. Ma altrettanto da evitare è il contrario, la spavalderia, la baldanza, lo spregio del pericolo. La paura non si può sfidare.

[…]

Questa è l’impotenza dell’attesa

Questa è la paura, qualcosa che prende corpo quando scaturisce una sorgente imprevista di inquietudine che non sei subito in grado di controllare, di definire nei suoi contorni precisi. È la totale assenza di modelli di riferimento che ti sconcerta. La paura entra in te anche nel caso in cui, di fronte a fatti improvvisi, non sei in grado di fare nulla per contrastarli. Questa è l’impotenza dell’attesa».

Gianni Granzotto, Vojussa, mia cara: diario di guerra, Milano, 1987, pp. 119-122

«CONOSCO DUE SPECIE DI PAURA. La prima nasce dalla fantasia. Si verifica se uno pensa in anticipo a tutto quello che potrebbe accadergli e si vede morto, ferito, ecc. A volte può verificarsi anche senza pensare niente di preciso. […] Questa paura che nasce dalla fantasia può essere vinta dalla volontà. […] La volontà per vincere questa paura nasce generalmente da convinzioni o riflessioni anche sbagliate.

[…]

C’è poi un altro tipo di paura che non nasce dalla fantasia e che anzi sembrerebbe lo sfogo di nature in cui la fantasia non sa dare espressione alle sue immagini. Si manifesta subito in modo fisico: con tremiti, con pianti, convulsioni, con paralisi della volontà e totale incapacità di agire. […] Di questo secondo tipo di paura credo che in gran parte sia causato dal forte urto di sensazioni fisiche, in certi casi estremamente violente (esplosioni, picchiata degli aerei)…»

Giorgio Chiesura, Sicilia 1943, Palermo, 1993, pp. 92-94.

(Immagine tratta da Pixabay, rhulk)