Angelo Guglielmi recensisce Città distrutte

Sull’Unità del 27 marzo Angelo Guglielmi recensisce a tutta pagina Città distrutte.

«La migliore virtù di Davide Orecchio, la ragione per cui può essere apprezzato, è la qualità della scrittura. Ma anche qui scegliendo da racconto a racconto. Dei sei racconti raccolti in Città distrutte i più interessanti (e convincenti) sono i primi due, l’uno con al centro la ragazza argentina, sequestrata dagli squadroni della morte e da questi violentata e seviziata, che muore al posto di un’altra prigioniera che le assomiglia come una goccia d`acqua ma che all’incontrario di lei ha un figlio piccolo da amare e far crescere (dunque si sacrifica in nome del futuro); l`altro con al centro un povero contadino molisano che, con le sue virtù di dedizione, abnegazione e onestà, dopo avere dedicato la sua vita alla cura e possibilmente all’emancipazione della sua gente oppressa da miseria e schiavitù, quasi alla fine della carriera, viene eletto, superando invidie e inganni, deputato nelle liste del Partito comunista e si trasferisce a Roma dove a Montecitorio (che sia il destino per quelli che ci entrano?) avvizzisce e muore.

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In questi due racconti la scrittura viene adoperata per neutralizzare l’enfasi di benismo che le due storie raccontano riportando (e restituendo) il sacrificio della ragazza argentina e la nobile intelligenza del contadino molisano alle radici materiali dell’animo umano più profonde e obbliganti di ogni anelito pur presente di giustizia e di solidarietà. Di qui una scrittura antigenerosa, antipietistica, che non si presta a facili inviti, severa e insieme scorrevole (addirittura colloquiale): ha come un’anima interna, una struttura di ferro che ne regola i ritmi, i toni, i movimenti.

Gli altri quattro racconti narrano la miseria dell’esilio (un regista sovietico fugge dalla Russia e si rifugia a Roma ma non risolve il problema che lo angoscia di dare realtà al suo animo di poeta); la difficoltà di un giovane colto di vivere durante il fascismo (da adulto diventa comunista pentendosi del suo passato ma tarda a fare i conti (non li farà mai) con la sua fragilità psicologica e mentale; la dispersione di una ragazza bella e un po’ snob che vive spregiudicatamente tra viaggi, libri, e qualche amore (ha perfino un figlio che non la guarisce dalla improvvisazione e il frammentarismo delle sue scelte); infine la disperazione di un diplomatico prussiano, con vocazione per gli studi storici e il pensiero filosofico, che una volta a Roma, come ambasciatore presso la Santa Sede, trascura ogni altro impegno oltre le visite (e il piacere che ne ricava) ai resti monumentali della città Caput Mundi e continuamente vi ritorna dimenticando ogni altra preoccupazione tanto da non precipitarsi al letto del figlio malato e quando vi accorre è già morto. Più che storie di personaggi i quattro racconti sono l’illustrazione di un tema, qualche volta di un’epoca, di retaggi culturali e si sviluppano tutti su uno sfondo riarso di rovine, partecipano della stessa amarezza di vivere e di un comune destino di sconfitta e fallimento (non abbiamo bisogno di alzare la testa per sapere che di disperazioni del genere siamo da ogni parte circondati). Forse nascono da personaggi reali che l’autore ha conosciuto o ha in testa ma poi vengono manipolati con innesti da fantasia pur se sempre costituiti da reperti e documenti storici (nel senso di realmente esistenti). Anche nei primi due racconti vi erano interpolazioni di fantasia (per esempio il sacrificio della ragazza argentina non è presente nel film Garage Olimpo, che ne racconta la storia vera) ma rimangono racconti compatti, senza scivolamenti che l’autore stringe in una mano e ne governa senza smarrimenti lo sviluppo.

Negli altri quattro più che la forma biografia nella sua conchiusa credibilità prevale il racconto (l`analisi) di un problema, di una modalità di esistere con tutti gli inevitabili allargamenti e dispersioni che analisi del genere comportano e allora più che trovarci di fronte a un ritratto abbiamo la sensazione di trovarci di fronte a una scelta di dati a dimostrazione con la cura ma anche la casualità con cui con le tessere si costruisce un mosaico. Aggiungi che si tratta di problemi che riguardano l’anima di difficile gestione e allora non stupisce la presenza di un linguaggio meno controllato che qualche volta trova riparo nel poeticismo, quasi sempre nell`enfasi ipotattica e cede alle suggestioni di un intreccio più narrativo che significativo (sto pensando ai trascorsi di assassino del padre del regista sovietico).

In uno dei racconti il personaggio in questione lamenta di non avere “un linguaggio con le ali” non rendendosi conto che se gli metti le ali il linguaggio vola e non sai dove ti porta».

IL TESTO ORIGINALE QUI

Raffaele Manica su Città distrutte

La scorsa settimana Raffaele Manica ha fatto un intervento bellissimo alla presentazione di Città distrutte. Sei biografie infedeli. Grazie a Lomax lo possiamo rivedere e lo posto qui. Meno di quindici minuti per ascoltare di Lytton Strachey, di biografia, storia e invenzione e molto altro. Su cittadistrutte.com/video/ anche gli interventi di Paolo Di Paolo e Miguel Gotor.

La signora Lucia

L’otto marzo, durante la trasmissione Il libro del giorno a Fahrenheit Radio3, abbiamo parlato di Città distrutte. Sei biografie infedeli insieme al conduttore Tommasio Giartosio. Qui il link al podcast audio della trasmissione [dura circa 15 minuti, e bisogna installare Real Player :-( ].

Nel podcast, però, non c’è la signora Lucia, che ha partecipato al gioco della trasmissione e l’ha vinto, indovinando la parola segreta. La parola era “solitarie”, e riguardava certe passeggiate anche “notturne”, anche “pomeridiane” e “solinghe” compiute da Kauder tra le rovine del Foro romano. Lucia è stata brava e ha vinto una copia autografata del mio libro. Spero proprio che le piaccia. E incrocio le dita.

Ultimo incontro con Patrice Vuillarde, vero ispiratore delle biografie infedeli

Senza Patrice Vuillarde (1920-2007) non avrei mai scritto Città distrutte. Me ne suggerì l’idea molti anni fa, poco prima di morire, durante il suo ultimo soggiorno romano e al termine di un seminario che tenne col solo equilibrismo (e la forza) della mente, lasciando che l’uditorio intuisse parole che le sue labbra essiccate appena esalavano e cogliesse lampi d’ironia negli occhi che il filosofo francese proteggeva sotto le palpebre testudinate.

Durante una pausa catturai la sua attenzione. Non ricordo l’innesco del nostro colloquio, secondario come ogni stratagemma. Ma il tema sì. Parlammo della vita e del modo per rappresentarla. Gli esposi un mio progetto di compendio biografico insieme ai dubbi che gli stavano appesi come alghe alla chiglia. La replica di Vuillarde si calò dal tetto di un sussurro e gli sopravvive in un appunto, ora che lui è ossa in una prigione di terra:

 «Ogni vita merita di essere raccontata, ma porta con sé un garbuglio di fascino e prosaicità dove l’avvincente è annodato al prolisso e districarli è impossibile. Eppure un biografo ha il dovere di esporre cause ed effetti senza trascurare alcun innesco e non un solo strascico. Così le opere si dimostrano scientifiche. Ma è altrettanto certa l’apparizione di pagine noiose. L’autore non potrà sottrarsi a parentesi prive di dramma e buone solo per gli sbadigli. Quello che ho descritto non deve interessarti. Scansa l’ostacolo. Racconta ibridi. Se vuoi mostrare la verità, illustra menzogne».

Il saggio Vuillarde consigliava usurpatori, furti, vicende prese in prestito. Avrebbero messo al mondo figli, scritto libri, pianto morti. Ma il loro destino era di restare falsi – suggeriva il filosofo –, ombre staccate dai corpi di uomini e donne che avevano vissuto davvero, mica per scherzo; e di giocare, scappare, deformarli.

Gli chiesi: «Professore, un calco è diverso dalla sua matrice?».

Rispose: «Molto e poco, dipende. Nel caso del tuo lavoro, sì».

R.I.P.