Love

Ecco gennaio con la pioggia sui vetri e la ghisa che s’intiepidisce nella dimora. L’inverno è il ripostiglio di piccole cose, gesti minuscoli. A. sostiene un esame. S. compra un vestito e un computer. A Maccarese mangiano frittura di pesce. L’inverno è la teoria della vita, l’ansia e il progetto; è scrittura.

Ma lo sguardo tasto matita esita per via della dubitazione. Lo scrivere tiremmolla nella circospezione della navigazione cerca i fari, scansa gli scogli; lo scrivere pronostico della vita che verrà: s’interroga, interpella, avvista. Creare il teatro futuro per poi spaventarsene, descrivere e pronunciare la realtà che sarà nella speranza che sia un altro l’avveramento, è la pratica dell’inverno dove il mondo delle azioni s’abbuia.

Dopo aver concepito da sé le mosse o i prossimi fatti, la mente grafia si ferma e contempla e nel luminio diagnostica e prescrive cosa figliare, cos’abortire. Il presente e il futuro sono tane di talpa, forse pedane verso le stelle allacciate da connessioni cunicoli che si deve scavare. La mente ingegnere considera la trivella, misura il traforo ma il più delle volte s’arrende alle circostanze del mondo dove gli spiragli si divaricano nella naturalezza e gli orifizi s’aprono per geologia non volontaria e inumana. Nell’inverno c’è lo studio sottovoce di modelli, il calcolo sussurro di eventi probabili, il bisbiglio dell’asserzione: “Io credo – voglio dire – ipotizzo”. C’è quindi un diario che splende, che vive.

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Dialogo tra la ragazza antitesi e il gabbiano permutante

… e’ un processo di sguardi, di gesti, senza parole. Forse una nota. Una melodia. Il ruscello lo senti anche tu? Scalpiccia sul cuoio del mondo, fa i dispetti della creatura vitale ed è entrato qua dentro nel sogno di me che: sono morta, e vivo. L’acqua. Due pecore si dissetano. Due pecore dormono sull’erba e le feci. Una roccia. Un campo di torba. Il mare, il faro, gli scogli. Il gabbiano s’accosta e mi chiede:

«Tu voli? Ti piacciono i granchi? A me piace cavarli di sotto le rocce, spolparli. Li assedio dove finisce la terra, dove il mare inizia. Li pinzo e stano col becco. Quando mi sazio li baratto al villaggio con acciughe e code di rospo. Io sono un gabbiano permutante. Io sono libero, e tu?»

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Processo

La giovane ha l’irruenza del no che è una forma di vita e tra la mia corteccia e l’amigdala vive il dubbio in una casa di gnomi. Dentro al cervello e io appena m’accorgo e intanto maturo col dubbio che s’alimenta delle mie briciole: le percezioni del mondo che vivo. Il mondo che invecchio e m’invecchia. Ogni fatto nutre e vivifica il dubbio che mette famiglia tra la corteccia e l’amigdala del mio cervello. Adesso dubbio non più, ma dubbi. Dal singolare al plurale in quella terra di gnomi che mi staccherà la corteccia. Questo presente di dubbi è il futuro della demenza – mia. Orfano della sintesi, vedovo della ragione diventerò l’uomo nebbia, l’uomo foschia e altri decideranno per me. Altri decidono anche ora per me, ma almeno ho i miei dubbi (i miei gnomi presente, la mia tenebra futuro senile).

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Grazie

Il potere nei nostri anni. Il potere che non decide, che decide di non decidere. Il potere, al limite, di veto. Il (non) potere dei nostri anni, spinge il laissez-faire all’estremo: un lassismo che asseconda la realtà mediocremente, senza intervenire. Un potere forte della propria debolezza.  Non prende alcun rischio. Si ripara dalla contaminazione che deriva dalle scelte. PROSEGUE SU NAZIONE INDIANA