Ich glaube, daß die Lebenden tot sind und die Toten leben.
Dalle Opinioni di un clown di Heinrich Böll
Uno scrittore
Ich glaube, daß die Lebenden tot sind und die Toten leben.
Dalle Opinioni di un clown di Heinrich Böll

Su Left-Avvenimenti,
4 maggio 2012:
E se provassimo a combattere la finzione – oggi sempre più pervasiva – con altra finzione? Se contrapponessimo al falso, sempre ingannevole, un finto però consapevole, dichiarato come tale? Anch’essa è una strategia di resistenza. Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi) dell’esordiente Davide Orecchio ci propone sei false biografie, altrettante storie di uomini e donne inventati ma ricorrendo a materiali d’archivio e a fonti documentarie vere.
Perché Orecchio ha voluto intitolarlo Città distrutte? Non nel senso di Austerlitz di W.G.Sebald, in cui si diceva che la distruzione è un destino della città moderna. La risposta allora va cercata in quello che dice la poetessa Betta Rauch, soggetto di una delle biografie: «Sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite…». Una frase che potrebbero far propria gli altri personaggi. In Città distrutte i protagonisti delle sei false biografie sono passati sulla terra leggeri (per parafrasare un bel libro di Sergio Atzeni), nel senso del non lasciare tracce.
Tutti più o meno alle prese con un fallimento, con uno scacco personale, lì dove concretamente l’essere umano fa esperienza di qualcosa. Tutti vengono colpiti dalla Storia, in modi spesso devastanti (le guerre, il fascismo, il comunismo), eppure la vita reale come sapeva Stendhal non è quella che si svolge nella Storia ma la vita quotidiana, la vita privata (e infatti il romanzo è il genere letterario che inventa la vita privata). Ora, questo non lasciare tracce cosa significa? Che queste esistenze «abbozzate e abortite» (Matteo Marchesini) sono meno degne di altre? Scalfari ha scritto che l’ingiustizia più intollerabile è il non essere riconosciuti. D’accordo, ma forse c’è qualcosa di più prezioso. Ricordo quanto diceva Nicola Chiaromonte, anche lui esponente – ben più radicale – di quella Terza Forza sconfitta nella nostra storia: bisognerebbe riconoscere il diritto a «vivere nascosti», un tempo considerato principio di saggezza e oggi perseguitato fino nell’intimo dalla invadenza dei media. I protagonisti del libro vorrebbero a volte restare nascosti e altre volte avere un ruolo pubblico, ma stentano ad essere davvero riconosciuti, e forse capiscono che alla fine la Storia è una illusione. Assomigliano a personaggi reali, e anche noti, ma non sono propriamente loro. Come quando riconosciamo un amico o un conoscente nella folla e poi scopriamo che invece è un estraneo. Ne restiamo come spaesati. La pagina di Orecchio dà al lettore un effetto spaesante, lo confonde e lo stimola a una nuova percezione. Mi soffermo solo su una biografia, del molisano Eschilo Licursi, socialista e comunista militante, prima assai popolare poi dimenticato. Mentre si trova a Roma, nominato funzionario a Botteghe Oscure, si gode «la vista dei gabbiani che… sembrerebbero fogli di carta, volantini bianchi agitati dal vento se non fosse per quei loro versi striduli»; e poi parla della bellezza che gli fa dimenticare la solitudine e dei «molti alberi che trafiggono le strade». Roma come corpo ferito, in cui la bellezza è contigua a un taglio doloroso o ai versi striduli degli uccelli… Si dispiega una geografia delle viscere urbane che attraverso il falso letterario ci trasmette una vibrazione autentica.
Ottant’anni fa, anno più anno meno, per le strade di Leningrado si aggirava un poeta ma anche uno scrittore ma anche uno scrittore per bambini che aveva deciso di incarnare il nonsense e non solo d’immaginarlo. Vestiva da gentleman inglese e usava nomi diversi. Scriveva aforismi e brani brevi dove i personaggi avvistavano sfere geometriche e si picchiavano, si picchiavano, si picchiavano. Scriveva dialoghi tra Gogol e Puškin e né il poeta né il romanziere, in quei dialoghi, sembravano volersi bene. Citava i futuristi e amava le attrici.
Una mattina d’agosto del 1941 l’Nkvd se lo portò via e lui, per non andare ai lavori forzati in Siberia, disse che era pazzo. L’Nkvd gli credette: “Hai ragione, tu sei pazzo”, e lo rinchiuse nel reparto psichiatrico di un carcere. Un anno dopo, durante l’assedio dei nazisti, le guardie del carcere non avevano di che sfamarsi e da questo nulla non sottrassero cibo per gli internati. Così, il due febbraio 1942, il poeta morì di fame nella sua cella. Tra i suoi nomi aveva questo: Daniil Charms.
Nel suo Quaderno azzurro aveva scritto:
“C’era un uomo coi capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, quindi dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non c’era nulla! Insomma, non sappiamo nemmeno di chi stiamo parlando. Meglio non parlare di lui mai più”.

Qualche link:
George Saunders su Daniil Charms, New York Times
www.danielcharms.com
eSamizdat, Charms e Oberiu
Charms e Paolo Nori
Wikipedia