Le mille voci del Diciassette

Il vizio dell’esistenza pubblica un bel pezzo su Mio padre la rivoluzione firmato da Olga Maerna.

Qui due estratti:

“Capisci?: questa domanda del presente al passato, del tempo al tempo, è il segreto di una propulsione perfetta per una capsula del tempo all’indietro, per una lettera destinata alla rivoluzione”: meno di tre righe ci permettono di cogliere subito il cuore di questo lavoro sulla Rivoluzione russa del 1917. Mio padre la rivoluzione (minimum fax) è infatti una capsula che si sposta continuamente tra varie epoche del passato e il presente: non un romanzo, non un resoconto storico, ma un susseguirsi di episodi legati al filo rosso (mai nota cromatica fu più appropriata) della Rivoluzione 1917.

Interrogarsi sulla rivoluzione del 1917 oggi non è quindi un vezzo da professori. È l’approdo (o il punto di partenza, a seconda di come lo si veda) del tentativo di viaggiare in una capsula del tempo, di mettersi in contatto con il passato per capire meglio quanto sta succedendo ancora oggi, a distanza di cento anni. Non è detto che questo tentativo riesca, ma per fortuna ci sono ancora libri che spingono a tentare l’impresa.

QUI L’ARTICOLO INTEGRALE

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Le parole e le cose, invece, pubblica un estratto del libro e la recensione di Carlo Mazza Galanti già apparsa su Linus.

Andrea Cabassi (Giuditta Legge): rivoluzione, semantica e mondi possibili

Più che una recensione è un saggio critico, quello scritto da Andrea Cabassi per Giuditta Legge, che parte da Mio padre la rivoluzione per suggerire spunti, testi, interpretazioni, approfondimenti. È uno scritto di raffinatezza notevole. Di meglio, a una lettura, un libro non potrebbe chiedere:

«In questo romanzo, anche se si parla tantissimo di Lenin, il vero protagonista è Trockij».

«Il suo fantasma aleggia anche nelle pagine in cui non è citato. Perché Trockij rappresenta l’utopia e la distopia. Rappresenta una diversa possibilità della rivoluzione. Un cammino che avrebbe potuto biforcarsi in un altro sentiero. Chissà, forse le cose non sarebbero cambiate molto, ma non lo sappiamo, non abbiamo la controprova. E’ a questa utopia, a questa distopia che dobbiamo aggrapparci  se vogliamo salvare gli ideali per i quali era scoppiata la rivoluzione: un tentativo radicale di riscatto da condizioni economiche terribili che erano ulteriormente peggiorate con la prima guerra mondiale. Un tentativo di portare l’eguaglianza in un mondo che la disconosceva, non la riconosceva. Trockij incarna l’alternativa possibile e mai realizzata. Incarna il sogno».

Il deuteragonista non è Lenin, ma Stalin

«Ma, se Trockij incarna quest’alternativa, questo sogno, allora l’altro protagonista, il deuteragonista non è Lenin, ma Stalin, colui che ha incarnato il terribile reale. Nel libro il confronto tra i due è avvincente, drammatico, tragico. In mezzo a loro Hitler, i cui discorsi si con/fondono con quelli di Stalin. Senza mai che l’autore cada nel luogo comune dell’equiparazione. Orecchio complessifica e rende oltremodo dolorosi gli accostamenti in una continua tensione etica, sempre sottotraccia, velata da una sottile e malinconica ironia. Per questo ancora più intensa».

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