Inizia il processo Montesi

Una pagina da Storia aperta

Non hai visto tua madre morire. Non le hai preso la mano. Non hai vegliato al suo fianco sulla sedia di paglia. Non hai visto l’arsura delle sue labbra. Non hai visto tua madre lottare. Tua madre si è incatenata alla vita. Non eri lì per comprenderlo. Tua madre si è legata alle vele con decine di gerli. Tua madre cresceva nel letto e sugli alberi alti. Ha provato a superare la morte. Non hai visto il calvario del corpo. Il corpo materno, ne hai ricevuto uno solo: non l’hai visto morire. Non hai visto tua madre sconfitta. Non l’hai accompagnata nella diplomazia della resa. Consegnare le armi. Sospendere la battaglia del volto. Fermare il viaggio degli occhi. Non hai scortato tua madre. Non le hai sussurrato parole piccole, nell’imbarazzo che altri se non lei le ascoltassero. Se non lei? Ma davvero le avrebbe sentite? Le tue parole minime per dirle che le hai voluto bene? Se anche tu fossi stato al suo fianco per pronunciarle, ti saresti accontentato di un cenno del fiato? Se tu fossi stato laggiù, mentre tua madre moriva? Ma non c’eri, e la questione non c’è. Neppure al funerale tu c’eri. Perché l’isola ti è vietata per sempre. Non hai seguito la bara. Non hai visto la terra e la frase sul marmo. Nemmeno hai visto tua madre invecchiare. Non hai compreso i suoi sorrisi bianchi. Non hai ragionato sulle stanchezze. Non ti sei chiesto perché avesse perso la voglia di cucinare. L’orto era secco. Tua madre non spargeva più acqua. Non usciva di casa. Sorrideva alle visite. Ghignava ai suoi ospiti. Riposava sulla sedia di paglia. Quella rimasta vuota quando poi è morta. Perché tu non eri con lei. Allora nessuno dirà più che sei giovane. Perché hai quarantadue anni, hai quarantadue anni, hai quarantadue anni e hai perso un altro centimetro, un altro centimetro, un altro centimetro. Perché non sei giovane. Perché nessuno ti può più cullare o domandarti se hai fame e se mangi abbastanza. Perché non puoi essere giovane dopo che hai perso tua madre. E lei non ha visto i tuoi capelli che si diradano alle tempie e al vertice cranico. E non s’è accorta della cintura più larga, del gonfiore al bacino, e che la tua pelle appassisce.

Non hai visto Wilma Montesi morire. L’hanno trovata nel mare di Torvaianica. Senza il reggicalze. Con le cosce esposte su fino alle brache. La ragazza aveva preso l’acqua ai polmoni, dentro lo stomaco? Galleggiava da ore. Tu, che non sai com’è morta Wilma Montesi, hai fantasticato ogni sua possibile morte. Da quattro anni immagini Wilma Montesi morire. Perché sei un giornalista. Allora devi immaginare Wilma Montesi morire. È il tuo lavoro costituire cronache d’altri. La ragazza è annegata? I poliziotti hanno detto di sì, e per un “pediluvio fatale”. I poliziotti inventano ragioni ridicole. I poliziotti sono ridicoli. È andata alla spiaggia ed è morta nel mare? È morta facendo da sé? La ragazza è colpevole? Il tuo giornale dice di no. E ha indicato il figlio del ministro e il marchese corrotto, e il questore corrotto. Ha pubblicato notizie in primo piano e di spalla. Il giornale nuovo ha accusato la droga di Roma, le feste dei capocottari – il figlio del ministro e il marchese – tra Torvaianica e Ostia. Qualcuno ha insinuato che la ragazza ebbe un «convegno» col Figlio, di quelli che si preferisce «avere in luoghi lontani dal traffico», ma «dopo il piacevole incontro a quattr’occhi, sulla riva del mare, si sentì male, e il Figlio, preso dal panico, chiamò in soccorso il marchese, e il marchese sistemò la faccenda a suo modo», e il questore aiutò il Figlio e il marchese. Qualcuno l’ha detto. Il tuo giornale l’ha detto. Il tuo giornale ha accusato il potere democristiano. Il tuo giornale ha detto che Wilma Montesi non è morta da sé. Che il «malgoverno» ha ucciso Wilma Montesi. Che l’ha drogata e abbandonata nell’acqua. Non è colpa della ragazza. Non è mai colpa di una ragazza. Gli assassini sono i nemici del proletariato, insinua il giornale nuovo del tuo comunismo. C’è una questione morale, dice il giornale nuovo. E ha preteso giustizia.

[…]

Quand’è morta, Wilma Montesi era integra e sana. L’hai letto nella necroscopia. Nessuno, nella breve vita di lei, ha penetrato Wilma Montesi. Invece tu, ti senti integro e sano? Sei sbarcato in laguna dalla zattera di un anno feroce, con le ossa rotte del tuo comunismo. Sei pesto di spellature ideologiche. Porti ancora le ulcerazioni dell’estate e poi dell’autunno. Ho l’impressione che ti abbiano fatto violenza. Ho il sospetto che tu sia stato stuprato. Forse dovrei divulgare il tuo ingresso nel vittimario. Ma tu non lo consenti. E io non so sporgere denuncia nel tempo. I graffi sono venuti dopo che, nel freddo dell’anno passato, ti eri illuso di una rinascita. Le ferite che hai addosso sono immedicabili ma non sei ancora morto. Non sei sulla soglia con tua madre e Wilma Montesi. Ma non mi sembri integro e sano. Mi sembri un poco drogato. Stupefatto. Raschiato dalla carta di vetro degli anni. La lotta nel partito del tuo comunismo ti ha lasciato i suoi morsi. Prendi sonno la notte sussurrando tre volte che non sei più fascista. Adesso è questa la fede che covi? Il pronostico che attribuisci al futuro? Cosa verrà non lo sai. Forse non sarà un mondo né sano né integro. Forse non verrà mai il comunismo. Ma tu hai la certezza che non sarai più fascista. Perché ora sei rosso e nel letto, prima di addormentarti, lo sussurri tre volte.

Storia aperta, Bompiani, pp. 356-359.

Tutte le tue guerre

Tu sei infelice? Hai archiviato le giacche, le cravatte, le camicie della professione, i taccuini, i nastri d’inchiostro, il registratore. Tu sei molto triste? A sessant’anni. Hai usato le tue guerre per andare in ritiro. Le hai raccolte nella somma degli anni che ti fanno vecchio. Hai deciso di essere vecchio prima di essere vecchio. Hai scritto su una lettera “io sono vecchio” e lo sei diventato, come se l’inchiostro rendesse la parola una cosa. Hai chiesto all’esercito lo stato del tuo servizio “per uso pensione”. L’esercito ti ha inviato il fascicolo che è un elenco del tempo, dal primo foglio inchiostrato di nero e firmato al trentasette, all’ultimo spillato e col timbro blu dell’anno presente. Il regio esercito. La tua matricola. Di chi sei figlio. Il giuramento di fedeltà. Quando ti sei arruolato. Il sommario delle tue guerre. Nove anni di guerre. Quattordici dicembre del trentacinque: imbarcato a Napoli. Trentuno dicembre del trentacinque: sbarcato a Mogadiscio. Quattordici giugno del trentasei: imbarcato a Mogadiscio. Primo luglio del trentasei: sbarcato a Napoli. Trenta settembre quaranta: imbarcato a Bari. Due ottobre quaranta: sbarcato a Durazzo. Ventidue maggio del quarantuno: imbarcato a Durazzo. Ventitré maggio del quarantuno: sbarcato a Brindisi. Ventotto giugno quarantadue: “giunto in territorio dichiarato in stato di guerra a Salemi, Sicilia”. Otto agosto quarantatré: “rientrato nel continente”. Otto settembre quarantatré: “sottrattosi alla cattura in territorio metropolitano per ricongiungersi a un comando italiano”. Dall’otto settembre quarantatré al quattro giugno quarantaquattro: partigiano comunista nel Lazio, comandante di brigata e poi gregario. Capisco la tua paura: questo è l’elenco delle sue ragioni. L’hai mostrato. Hai detto: ho combattuto, perciò sono vecchio. Hai detto: ho avuto paura. Ho paura. E la parola è diventata la cosa. Facci caso però: nell’ultima pagina del tuo fascicolo a uso pensione, nella sintesi in fondo, alla voce campagne, ferite, azioni di merito, la tua Africa, la tua Grecia, la tua Sicilia, la tua resistenza si conformano in uno spazio tipografico di simmetria non gerarchica. In quel riquadro (e nel sigillo e nel segno) una guerra vale una guerra. Non c’è valore diverso. C’è solo la cronologia. Al fine dei tuoi anni pensione, la campagna d’Africa corrisponde alla resistenza romana. Avere combattuto contro gli abissini conta come la guerra ai nazifascisti: per la tua anzianità, per i soldi. Il computo è algebrico, non ha moralità. Ma dice una storia, non puoi negarlo. La tua.

Storia aperta, Bompiani, pp. 477-478.