Qualche volta ho incontrato Lou Reed

In una balera di Stromboli che si chiamava la Nassa e chiudeva sulle note di Take a walk on the wild side. Quello era un lento. Le luci-scintilla. Le stelle. Il vulcano. Lou era una voce fraterna. Che entra in casa, ha la chiave, e ti mostra la vita selvaggia. Il fratello maggiore spesso ha in tasca una canna e l’accende per te.

In un disco ruggente di chitarre fracasso e poi chitarre arpeggio e riff di cotone, dove Lou rinasceva mentre il Muro cadeva e lui cantava New York.

In un teatro romano che si chiamava Brancaccio, dove Lou gettò scompiglio, perdita, magia e qualcuno ballò e l’io palpitò.

In un film di Wim Wenders, un albergo a Berlino, Lou nella stanza e sul letto, suona la chitarra astronave, la chitarra fucile, anoressica, nera e di smalto. Questa chitarra. Eietta un suono. Che è un esorcismo.

Ciascun cittadino. Di questo tempo. Ha incontrato Lou Reed. E io l’ho incontrato ogni volta che – ho suonato – il satellite dell’amore – sulla mia dodici corde – con un sol – aumentato.

Ognuno di noi

«Ognuno di noi nella sua vita ha un punto conficcato come un chiodo al quale lo lega un elastico. Cerca d’allontanarsi; al prezzo di sforzi sovrumani avanza nel corso dei giorni, dei mesi e degli anni. Ma più si discosta, più l’elastico si tende e lo trattiene. E quanta più strada farà, tanto più violento sarà il rinculo quando il chiodo lo richiamerà a sé, forte della sua stessa forza: poiché la potenza dell’elastico l’avrà alimentata egli stesso, un passo dopo l’altro, fino al momento che, esausto, sarà stato costretto a fermarsi» (Patrice Vuillarde, Dynamique des abandons, Paris 1983, p. 123).germogli3