Class action

Ho provato a guardare nel futuro dei lavoratori americani. Mica facile. In un pezzo su Rassegna. Il link è qui. La questione riguarda ovviamente l’era di Trump. Ma non solo. Il futuro potrebbe anche non essere Trump, ma resta nero. Tra leggi anti-sindacali che potrebbero fare il salto federale, provvedimenti contro gli immigrati, la maggioranza conservatrice alla Corte suprema. Resta la sensazione che, non appoggiando unitariamente Sanders, il mondo del lavoro americano abbia perso una grande occasione.

trump

Adesso c’è bisogno di dire

«Adesso c’è bisogno di dire. Lo capisco al volo. Stormi di rondini nell’aria. Nadja che vola. Ho bisogno di toccarla, forte. Devo sentire la carne, il becco, la squama d’ali. Le prendo una mano. Le premo un ginocchio. Le prendo la mano destra fra le mie mani destre. Non capisco più il verso delle cose, mi sfugge d’un tratto la piega degli eventi. È una piaga inenarrabile. Le tiro le dita, una a una, forte. La tiro fuori tutta, dal suo involucro di sposa in blu, O almeno vorrei. Faccio i capricci anch’io, finalmente. Le premo le dita sottilissime, fine più delle labbra, più delle unghie squadrate e lucide, sempre tirate di fresco, sempre tagliate a contropelo».

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«È un bel mese, aprile, per scartare un regalo nuovo.
Per inghiottire tutto il blu.
Per iniziare un matrimonio».

Francesca Fiorletta, More Uxorio, ZONA, 2015, pp. 49, 102.

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Pasolini: nessuno di noi ha radici

1 luglio 1959
«Ho cenato con Pier Paolo Pasolini, per discutere sul romanzo Una vita violenta. […] Mi ha colpito come Pasolini fosse riuscito a raccontare le borgate romane dopo essere stato tanto intriso del Friuli. Dal dialetto romano al gergo romanesco. “Come hai potuto immedesimarti in due realtà tanto diverse? Quali sono le tue vere radici?”. La mia domanda prima lo diverte poi lo intristisce. Mi spiega con dialettica convincente tra paradosso e ragione che nessuno di noi ha radici. Quello delle radici è un luogo comune. “Nessuno di noi ha radici: chissà da dove veniamo. Le radici le germiniamo di giorno in giorno. Chi vive e non vegeta le getta rigogliose, chi non ama la vita le dissecca sul nascere. Io non mi sento radicato in nessun luogo, né a Bologna dove sono nato, né in Friuli dove ho conosciuto giorni chiari e altri scuri, né a Roma dove ora vivo. Mi affianco alle persone sapendo già che non sono legami eterni: cerco di serbare fedeltà all’intelligenza, questo conta per capire, per giudicare, per non essere sconfitto dalle illusioni. So bene che ritenere di avere il monopolio dell’intelligenza è deleterio. Nessuno è meno grande di chi si convince di esserlo. Partendo dalla realtà talvolta mi sbizzarrisco nell’utopia, ma so che devo tornare a terra e camminare tra cemento, fango e polvere”».

da Davide Lajolo, Ventiquattro anni, Rizzoli 1981, p. 288.

Due cose in cui ho creduto e continuo a credere, vorrei segnare qui

«Almeno due cose in cui ho creduto lungo il mio cammino e continuo a credere, vorrei segnare qui. Una è la passione per una cultura globale, il rifiuto della incomunicabilità specialistica per tener viva un’immagine di cultura come un tratto unitario, di cui fa parte ogni aspetto del conoscere e del fare, e in cui i vari discorsi d’ogni specifica ricerca e produzione fanno parte di quel discorso generale che è la storia degli uomini, quale dobbiamo riuscire a padroneggiare e sviluppare in senso finalmente umano.

(E la letteratura dovrebbe appunto stare in mezzo ai linguaggi diversi e tener viva la comunicazione tra di essi.)

Un’altra mia passione è quella per una lotta politica e una cultura (e letteratura) come formazione di una nuova classe dirigente. (O classe tout court, se classe è solo quella che ha coscienza di classe, come in Marx.) Ho sempre lavorato e lavoro con questo in mente: vedere prender forma la classe dirigente nuova, e contribuire a dare ad essa un segno, un’impronta».

Italo Calvino, in AA.VV., La generazione degli anni difficili, Laterza 1962, pp. 86-87.

Immagine di copertina: da Wikipedia, Oslo 7 aprile 1961, «Dagbladets», fotografo: Johan Brun.