A Peter Handke: uno scambio tra il suo e il mio vero sentire

Caro Peter Handke, facciamo uno scambio.

Lei mi dà la Sua ora del vero sentire. Io Le do la mia, di ora del vero sentire. Le cedo il mio, ma d’ora in poi Suo, vero sentire il tanfo dei barbecue e delle cacche dei cani che il mio, ma d’ora in poi Suo, asfalto trasuda e diffonde. Le cedo l’eco dei televisori eiaculata dai balconi della mia città di nascita e vita, Roma. Le cedo il miles gloriosus, il coatto, il Palazzo, il gatto e la gattara, il vigile cafone, la mazzetta, il Ponentino, il borghese in terrazzo, le palazzine il palazzinaro e lo scempio, il Nuovo Sacher, la frittata del garagista notturno (nella mia, ma d’ora in poi Sua, ora del vero sentire), Le cedo il Suv e il TMax, Monte Mario, il giudice bricoleur, il celerino, la strada dove hanno trovato Aldo Moro, la strada dove hanno ammazzato Walter Rossi, la strada dove hanno ammazzato Giorgiana Masi, Le cedo la memoria di tutti i morti ammazzati di Roma da Matteotti a Pasolini, e le polveri sottili, gli alberi secchi di Castro Pretorio, i gabbiani della mondezza, il ghigno dei pariolini, la bio-strafottenza di Prati, tutte le botteghe, tutti i bottegai, la clinica dove è morta mia madre, l’ospedale dove è morto mio padre, l’angolo tra il muro e il termosifone dove è morta la gatta (nel mio, ma d’ora in poi Suo, vero sentire), il salto nell’iperspazio sul Muro Torto, l’ipocrisia delle piste ciclabili, Piazza San Giovanni prostituita a tutti i manifestanti, i cardinali gay che torturano i gay del mondo intero, l’incontinenza nello smercio di denaro immeritato. Le cedo la capitale mondiale del denaro immeritato.

In cambio voglio solo il Suo, ma d’ora in poi mio, vero sentire.

Ce sta’? Me faccia sape’.

Una cosa su cui sto lavorando adesso

Uccidono il giovane Wagnitz. Walter dell’Hitlerjugend Wagnitz. Sul pallottoliere di Berlino: la polizia promette, a chi segnali il killer, cinquecento marchi. Sul pallottoliere di Berlino: sbarcano duecento – cinquanta – mila – disoccupati in più. Sulla scena palustre, brandeburghese, antisemita una donna apostrofa l’uomo del diario: «Io non parlo con gli ebrei». Nel teatro xenofobo di regole e binari un poliziotto acciuffa l’uomo del diario: “Come mai mi fermate? Perché sono americano? Perché sono giudeo?” Qualcuno ride tra la divisa e i mostrini. “Non hai il biglietto. Per questo ti fermiamo.” Qualcuno marcia tra il Lustgarten e il Duomo. E, questa sera, nello strudel di ferro, calcestruzzo e cristallo, nell’arena dello Sportpalast, di nuovo i nazisti, nuovamente Goebbels. Il testimone che si testimonia (l’uomo del diario) racconta «spalti gremiti» – così «siedo in alto» – «entra un gruppo vestito di nero» – entra il lutto e nella coreografia si fa avanti «la madre di Wagnitz» – e «tutti si alzano» – «offrono il saluto nazista». Poi tocca a Goebbels che ha la «voce potente» e «trema» e «si contorce». “La tregua è finita. Riprende la lotta. I socialdemocratici hanno tradito la Germania”, ringhia il gerarca cui basta una menzione di Hitler perché la platea si scuota e applauda mentre Goebbels promette: “Noi siamo come i romani. Che combatterono. Anno dopo anno. Finché non distrussero Cartagine”, e il ducetto si chiede e risponde: “Chi è il colpevole della morte di Wagnitz? Gli ebrei”, e la platea spruzza anatemi. Sugli ebrei. E l’uomo del diario prende nota.

Flipper

Un uomo. Uno scrittore. Orfano del mondo, vedovo. Beneficiario di una figlia e di qualche libro diseredato. Un giorno vince il premio Nobel. E quel giorno sua figlia muore. Allora l’uomo propone, non si sa bene a chi: “Restituisco il Nobel, ridatemi mia figlia”. Ma il Nobel gli resta, e la figlia resta morta. Poi l’uomo terrà, in un transatlantico, una conferenza sulla “sincronia del dolore e della gioia, del coltello e della carezza” e le darà per titolo: “Non sono uno scrittore, ma un flipper”.