«L’arcano» di Saer, un libro da non perdere

Saer

Torna in Italia, grazie a la Nuova frontiera, L’arcano (El entenado, 1983) di Juan José Saer. Invidio chi non l’abbia ancora letto. Saer costruisce un romanzo attorno alla vera storia di Francisco del Puerto, un orfano dell’occidente, un mozzo, un figliastro, che trascorse dieci anni (1516-1527) tra i colastiné del Río de la Plata, indigeni antropofagi.

Dalla scheda dell’editore:
«Da qualche parte al di là dell’Oceano, negli anni della conquista e della ricerca delle Indie, un mozzo di quindici anni viene catturato da una tribù di indios. Scoprirà subito che sono cannibali ma, a differenza di quanto avvenuto ai suoi compagni, non è destinato alla graticola: gli indios si aspettano altro da lui. Anno dopo anno la sua cattività si prolunga, monotona e tranquilla, mentre davanti ai suoi occhi si dispiegano gli usi, i costumi e la visione del mondo di quegli indios.

Lui riferisce tutto fedelmente al lettore, minuzioso nei particolari, anche i più inquietanti, anche i meno comprensibili

Lui riferisce tutto fedelmente al lettore, minuzioso nei particolari, anche i più inquietanti, anche i meno comprensibili. Poi un giorno, all’improvviso, gli indios lo mettono su una canoa carica di regali e lo abbandonano alla corrente; più tardi una nave spagnola lo raccoglie. Tutto il resto della sua lunga vita sarà marcato da quegli anni, la sua avventura diventerà leggenda e lui stesso ne trarrà un canovaccio di successo».

Saer crea un romanzo ipnotico, incantatore, attorno al mito della fondazione, all’identità europea e latinoamericana, inventa un personaggio straniero a tutto, ai rituali cannibalici e orgiastici degli indigeni (raccontati in pagine magistrali), alla loro lingua dove una sola parola, ripetuta infinite volte, sembra avere decine di significati; straniero alle stagioni cui assiste e che manda a memoria, scandite dalle feste antropofagiche dei colastiné e dalla presenza immutabile del fiume.

«Era una lengua imprevisible, contradictoria, sin forma aparente. Cuando creía haber entendido el significado de una palabra, un poco más tarde me daba cuenta de que esa misma palabra significaba también lo contrario, y después de haber sabido esos dos significados, otros nuevos se me hacían evidentes, sin que yo comprendiese muy bien por qué razón el mismo vocablo designaba al mismo tiempo cosas tan dispares. En-gui, por ejemplo, significaba los hombres, la gente, nosotros, yo, comer, aquí, mirar, adentro, uno, despertar, y muchas cosas más».

[Il brano è segnalato anche qui: http://blogs.elpais.com/letra-pequena/2013/09/el-entenado-una-novela-total.html]

Quel vocabolo, ripetuto con voce rapida e stridula…

«Quel vocabolo, ripetuto con voce rapida e stridula – “Def-ghi, def-ghi, def-ghi” – in genere era accompagnato da risate ora sdolcinate ora sguaiate, da toccatine affettuose e allegre, sulle spalle, sulle braccia o sul petto, da discussioni contingenti, delle quali io ero l’oggetto, visto che le loro dita scure non smettevano di indicarmi».

Saer sfrutta (e scardina) il genere letterario del romanzo di naufragio, narra la ricostruzione di un’identità perduta o mai avuta (l’orfano, il figliastro) nell’incontro con l’Altro (gli indios) che porta rigenerazione, rinascita. Per approfondire questo tema rimando a un bel saggio (ma spoiler) di Erminio Corti (L’umanizzazione dell’altro assoluto. Una lettura di El entenado di Juan José Saer) su Iperstoria.

«L’intero romanzo – scrive Corti – assume (…) la forma di un memoriale che del Puerto scrive per ricapitolare la sua intera esistenza, la quale disegna una traiettoria spiraliforme attorno a quella sorta di centro gravitazionale costituito dal ricordo dei dieci anni trascorsi fra la tribù dei colastiné. Questa voce che rievoca a posteriori gli eventi è quella di un uomo ormai già molto anziano che, attraverso un lungo processo di riflessione e analisi di cui la narrazione conserva puntualmente le tracce, sembra essere riuscito a decifrare l’enigma del rapporto che lo ha legato a quell’umanità profondamente “altra” con la quale ha convissuto».

La scrittura assume un tono profondo, a tratti malinconico, ma sempre pacato e meditativo

«La scrittura di Saer – prosegue Corti –, caratterizzata in tutta la sua opera da una prosa lirica, meticolosamente curata, attenta a cogliere e restituire al lettore i dettagli più evocativi degli ambienti e del sentire dei personaggi, in El entenado assume un tono profondo, a tratti malinconico, ma sempre pacato e meditativo, che rispecchia lo stato d’animo del narratore protagonista. Niente di più lontano quindi dai moduli espressivi del romanzo di avventura».

Saer è un grande scrittore argentino (quanti ce ne sono!) che si misura con la letteratura mondiale. La manipolazione letteraria di fatti storici (penso ad esempio a un altro suo romanzo, Las nubes) lo imparenta a Sebald. Lo stile, la struttura, la ricchezza dei registri e la complessità della scrittura ne fanno – come hanno ricordato Vittorio Giacopini e Stefano Tedeschi durante la presentazione del volume, al Salone dell’editoria sociale, il 24 ottobre scorso – un figlio del modernismo, un autore che dialoga con Faulkner e Joyce. Saer è bravissimo anche nei paesaggi, nei luoghi e negli scenari: si fanno narrazione essi stessi, e incantano.

Buona lettura, spero.