
Mario Sammarone, su La Città Quotidiano, recensisce Stati di grazia
Su La Città Quotidiano è uscita una recensione molto bella di Stati di grazia. La firma Mario Sammarone. Qui riporto l’incipit:
Non si deve perdere neppure una parola di questo romanzo dalla struttura densa, possente, molteplice, fatto di pagine da sorbire una ad una e che creano, ciascuna, mondi di significati e profondità di senso. Stile ed anima vanno insieme in questo testo che riverbera da ogni piega rimandi di significato come in un gioco di specchi. Siamo dalle parti della poesia: è questa la prima impressione che si prova leggendo “Stati di grazia” (Il Saggiatore), il romanzo di Davide Orecchio.
Dunque, lo stile: a volte telegrafico, a volte sovraccarico, barocco nelle enunciazioni, fulminante nel lessico, ma sempre suggestivo ed evocativo. L’autore romano inventa una lingua piena di “sicilianità” con termini dialettali che incantano nella loro loro arcaica genuinità. È una scrittura accorata, responsabile, partecipe, ma con una componente cruciale, l’onestà. Perché non è furba, né opportunista, ma ha una sua austera moralità, è rispettosa della storia che narra e vi entra dentro aprendo scorci di vita.

Venticinque

Torta di prugne lorenese (Simone de Beauvoir, «Una morte dolcissima»)
«Non credo che mia madre sia stata una bambina felice. Un solo ricordo gaio l’ho udita rievocare: il giardino di sua nonna in un villaggio della Lorena; le piccole susine gialle e le regine-claudie che mangiavano sull’albero, tutte calde di sole. Della sua infanzia a Verdun non mi ha mai raccontato niente… Imbronciata, la voce: riviveva tutto un passato di amarezza.»
“Questa immagine assolata di prugne gialle e viola cotte e mangiate sull’albero dalla bambina, è, appunto, uno dei pochissimi ricordi felici di Françoise de Beauvoir, la madre della scrittrice e protagonista del racconto Una morte dolcissima.”
«Pensare contro se stessi è spesso fecondo; ma per mia madre era un’altra storia: essa ha vissuto contro se stessa.»
“Salvo, forse, quel pomeriggio d’estate in cui, bambina, mangiava le prugne sull’albero.”
