Repubblica.it su Città distrutte al Premio Napoli

Repubblica.it, Napoli 18 giugno 2012

Premio Napoli 2012, ecco le novità. Traduzioni e libri per tutte le età

Una cinquantottesima edizione ricca di novità: traduzione, ibridi letterari, Libri per bambini e ragazzi. Sono queste le tre nuove sezioni del Premio Napoli 2012, al via il 10 luglio. La tradizionale manifestazione partenopea cambia formula: dodici libri finalisti divisi in sei sezioni: Narrativa, Saggistica, Poesia, Traduzione, Ibridi letterari, Libri per bambini e ragazzi. Una coppia di opere per sezione, selezionate da una giuria tecnica composta da tre membri. Le opere saranno poi votate da una giuria popolare e connessa alla rete delle biblioteche municipali.

La presentazione del rinnovato festival della letteratura è stata l’occasione per conoscere i nomi dei finalisti nella sezione narrativa: Vincenzo Latronico, La cospirazione delle colombe; Davide Orecchio, Città distrutte. Le opere sono state selezionate da Filippo La Porta, Paolo Giovannetti e Gianni Maffei. Per la Poesia: Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi; Jolanda Insana, Turbativa di incanti.

Il primo appuntamento promosso dalla Fondazione si terrà il 10 luglio all’Albergo dei Poveri per il “Forum dei Bisogni” con un incontro con Marco Revelli. “La giuria tecnica – ha detto il Presidente Gabriele Frasca – ha lavorato molto bene e per ogni settore ha scelto opere molto significative, soprattutto alla luce della nuova formula del Premio che tende a mettere in risalto quanto la cultura italiana possa ancora dire qualcosa al e del mondo”.

Dal Giornale di Sicilia

Sofia Catalano, scrivendo del Premio Mondello (6 giugno 2012):

«Il Premio Mondello è un premio «libero», dinamico, all’insegna della grande letteratura, sottratto a qualsiasi tipo di pressione editoriale. Un premio diverso da tutti gli altri (800!) assegnati in Italia ogni anno. Un occasione di incontro e di dialogo unica che premia la cultura in senso lato, mettendola al primo posto per una visione di sviluppo del Paese più ampia di quella odierna, decisamente penalizzata e non solo dai tagli. Lo si proclama a gran voce nella conferenza stampa di Milano per annunciare i nomi dei vincitori del premio «Opera Italiana». Lo sottolinea Gianni Puglisi, presidente della Fondazione Sicilia che, da quest’anno, guida il comitato esecutivo del Premio insieme al direttore del Salone internazionale del libro Ernesto Ferrero. «Se il premio non avesse questa vitalità, frutto della libertà di alcun vincolo con le case editrici, non si potrebbe lavorare così bene» conferma Emanuele Trevi, che insieme a Massimo Onofri, Domenico Scarpa e Paolo Giordano ha composto la giuria. Ecco dunque i vincitori: Edoardo Albinati con Vita e morte di un ingegnere ( Mondadori), Paolo Di Paolo con Dove eravate tutti (Feltrinelli), Davide Orecchio con Città distrutte (Gaffi). Il catanese Salvatore Silvano Nigro con II principe fulvo (Sellerio) è invece il vincitore del Premio della Critica Letteraria.

Le opere sono state votate all’unanimità dai giurati che hanno avuto parole di elogio per tutti ma sono rimasti stupiti dall`opera di Orecchio, un esordiente di 43 anni, considerato un vero talento, un fuoriclasse dalla scrittura anche se a volte «selvatica o eccessiva». «Rozza e raffinata allo stesso tempo, ma curiosa e dal valore esistenziale prepotente», sancisce Domenico Scarpa. Città distrutte è una raccolta di sei racconti («ognuno vale un romanzo», dice Scarpa) dove l’autore rielabora il genere biografico mescolandolo alla finzione. Nel volume di Albinati Vita e morte di un ingegnere si ricostruisce, con crudele precisione, la vita di un uomo talentuoso attraverso i corridoi del boom economico. «Un`analisi severa di una catastrofe personale che indaga sulla puerilità di un uomo che rimane sempre figlio, in un immobilità che è tipica anche dei nostri giorni», commenta Massimo Onofri. In Dove eravate tutti Paolo Di Paolo rivive e ripercorre un`ostinata «archeologia di se stesso» domandandosi dove erano i padri, soprattutto, nel declino di un Paese, in una città, Berlino, che diventa simbolo di destini incrociati. Il libro di Salvatore Silvano Nigro Il principe fulvo è un saggio su Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che vuole essere letto come un racconto, ricco di documenti e aneddoti inediti.

I tre vincitori del Premio Opera Italiana si contenderanno a Palermo, a fine novembre, il Super Mondello, la cui vittoria sarà decretata da una giuria di 240 lettori «qualificati», selezionati da 24 librerie sparse in tutta Italia. L`evento si svolgerà nel restaurato Palazzo Branciforte. In quell`occasione 100 studenti di scuole palermitane assegneranno il Mondello Giovani.»

ALLEGATO

Linkiesta su Città distrutte

Versi impressi, Linkiesta, 11 giugno 2012

Clelia Verde, Biografie infedeli

Questo “non salvarsi” di Mario Benedetti, che rimane un imperativo categorico per chiunque voglia vivere o scrivere degnamente, aleggia su Città distrutte di Davide Orecchio, collezione (edita da Gaffi) di «sei biografie infedeli» (personaggi immaginari composti attingendo a fonti di personaggi reali); esordio letterario di uno storico (o, forse, storico esordio di un letterato) appena insignito del premio Mondello. Per l’autore è una delle preferenze letterarie manifestate tra le righe (e l’eroina argentina del folgorante racconto iniziale s’appassiona proprio all’opera di Mario Benedetti). Il non salvarsi del poeta uruguayano è come il principio di una narrativa mai facile, che ama e segue i suoi non/eroi proprio nel momento in cui si rassegnano e si lasciano vivere fino alla morte, macerie umane struggenti e vere. Una narrativa che riesce a illuminare i fatti con la luce mesta e fredda del “è accaduto, riaccadrà” e a presentarceli come se si svolgessero in un ambiente scarno e infausto. Siano essi drammatici, sublimi, banali o ripetitivi, tutti i fatti sono impregnati da questa luce amara. È la scrittura il tutto; è la scrittura a nobilitare il “normale”, a non rendere retorico l’eroismo, a entrare dentro, a scandagliare l’essere umano e a rivoltarlo in tutti i suoi aspetti più intimi e contraddittori. Il collegamento, poi, a fatti e documenti reali, più o meno labile e più o meno veritiero (bello il sistema delle citazioni), sconcerta il lettore, lo proietta in una dimensione metanarrativa che crea dipendenza. Le biografie di Orecchio sono poetiche e questo poeticamente abitare rende i protagonisti lontani da quel fallimento cui le loro vite vanno inesorabilmente incontro. La bellezza delle rovine? Non servire più a nulla, scriveva Fernando Pessoa ne Il libro dell’Inquietudine. Orecchio va oltre: costruisce un giardino inglese sulle rovine vere o finte dei suoi personaggi. Tira via le erbacce, semina, drena, usa i suoi ruderi come sostegno per i rampicanti. Crea rogge dove convogliare il tempo, questa ossessione che vedremo scorrere all’infinito in modo naturale, ora impetuoso ora disperso in mille rivoli. Come uno stato d’animo. Visto dall’alto il libro di Orecchio non è un cumulo di rovine ma un’oasi nel panorama letterario nostrano, dove gli innesti tra reale e immaginario sono tutti andati a buon fine.