Splendore nel Marmo

Assistere alle poesie di Silvia Bre testimoniandone una sintonia elettiva con Wallace Stevens è stata esperienza illuminante e di bellezza al trecentocinquantapercento. E’ successo qui poche ore fa. Alfonso Benadduce ha letto da Marmo il poemetto Sempre perdendosi. Ed è stato un incanto.

Iniziava così: “Poiché il cielo è così alto io sono un servo / è giusto non dormire. / La gola è stretta, da intonare all’urlo, / dentro ho la vocazione maledetta. / Ma mi confondo / con tutto questo sonno. / Amo senza capire. / E’ non capire, che amo fino in fondo”.

Cabaret Bisanzio su Città distrutte

Cabaret Bisanzio, 18 aprile 2012
Enzo Baranelli, Città distrutte di Davide Orecchio

Biografie infedeli. L’infedeltà è l’immaginazione del racconto che crea i collegamenti mancanti nelle vite delle persone, ricostruite sulle base di una solida documentazione. Davide Orecchio esplora non solo le vite, ma anche i luoghi: “la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”. In queste città vivono i personaggi/persone che l’autore racconta con uno stile preciso e insieme visionario, perché per ridare vita ai morti, farli parlare e agire serve un breve lampo che squarci il fumo-polvere-tenebre avvolto attorno ai nomi scomparsi. Nominare. Raccontare. Sognare le vite e disseppellirle. “Città distrutte” è un’opera di grande rigore, forza ed empatia. Qualcosa nello stile ricorda Pavese, una musicalità nella cadenza e nella scelta delle parole, come in “Dialoghi con Leucò”: attraverso il racconto, le vite svelano radici mitologiche, perché infedeli, illuminate e misteriose. L’autore compare, a volte, con una dichiarazione di poetica, un’ulteriore chiosa al testo/biografia: “Ho a che fare con uno stato d’animo, altrimenti come spiegare questa biografia che da una riga all’altra accumula anni, dove l’ultima delle linee è soverchiata dalla catena dei fatti[…]? E tutto in poche pagine, non come accadde ma come fu ricordato e ora scrivo. Lo chiamo un anno ma dura il tempo di annotarlo (anzi non è tempo, è un gesto)”. Straordinaria è la prosa lirica che contraddistingue la biografia, ampiamente infedele, di Andrej Tarkovskij. Le citazioni in epigrafe al racconto avvertono subito il lettore sul soggetto della biografia, ma i due personaggi, quello creato da Orecchio e Tarkovskij “iniziano a somigliarsi dopo i vent’anni”. Attraverso l’invenzione il lettore può sperimentare l’emozione della narrativa, della storia immaginata e anche ritrovare il grande regista russo. Districare i fili delle biografie infedeli non è opera semplice e neppure da prendere in considerazione; bisogna abbandonarsi alla letteratura. Le parole rotolano sulla lingua, dapprima come semplici suoni, poi immagini, ombre, notti insonni, desideri, morte, speranze, vizi assurdi. Le maglie della rete-racconto raccolgono i collegamenti: il resto è poesia che lega tutto nell’opera che si ha tra le mani, testimonianza di testimonianze e magico incontro tra le parole, come trai personaggi e le persone. Continua a leggere “Cabaret Bisanzio su Città distrutte”

Ricetta della scrittura*

Le mie idee nascono dall’ozio. Meglio se contemplando il mare; spesso nel fare colazione. Ottime idee possono venire al tramonto o anche sotto un cielo stellato, di notte. Buone idee vengono in cucina, alle prese semmai con un soffritto. Cosa conta? Avere la mente sgombra, presa tutt’al più da un compito manuale. Prima de (e indispensabile per) l’idea: leggere gli altri, ascoltare gli altri, osservare gli altri. L’idea è una specie di chicco di mais: devi cuocerla perché cresca in pop corn. A volte arriva camuffata, ossia sotto forma di progetto fuorviante. Ci vuole tempo per (capire di) indirizzarla verso la forma/progetto/libro.

La raccolta del materiale non ha regole, perché dipende dal progetto: ce ne sono che richiedono mesi tra libri e biblioteche. E ce ne sono che richiedono giusto l’idea e la disposizione a raccontarla.

La prima stesura dura almeno due anni. Almeno. Ogni notte si scrive un po’ (perché di giorno si lavora). Col word processor la scrittura, anche in prima fase, è diventata una scultura: ogni frase può essere riletta, riscritta, cresce in piccole e graduali incisioni.  Bisogna sapere dove si va, ma ogni digressione è un mistero, un’incognita, e come riempi quel sapere dove si va è un miracolo (se il lavoro funziona) altrimenti detto pagina. Pagina dopo pagina, in accumulazione. Durante il giorno possono venire spunti (altre idee): nell’era del cloud e della sincronia file si aggiungono facilmente al PROGETTO. Poi, nelle ore piccole, arrivano alla pagina.

Finisce la prima stesura e inizia la prima rilettura e riscrittura. Tagliare, aggiungere, lavorare sullo stile, soprattutto sul lessico. Emarginare le superficialità, per quanto possibile e quanto basta. Ma la memoria dello scritto è ancora fresca, non c’è distanza.

Per il distacco serve tempo, quanto basta. Almeno un anno (meglio due). Mesi per dimenticare cosa si è scritto, separarsene. Vietato riprenderlo in mano. Fare come se non esistesse. Come il vino che fermenta nella botte.

La seconda rilettura e riscrittura è decisiva. Tornare al testo, ma in freschezza. A volte è come leggerlo per la prima volta. Vuol dire che il distacco è servito. Solo adesso si capisce se il testo funziona oppure no, e quanto e come occorre riscriverlo. E se matura in un libro o resta solo un progetto, un’idea abortita. Occorre severità quanto basta, quella che il mondo fuori, altrimenti prodigo di indifferenza, non sempre riserverà al testo. La severità è la forma più alta di generosità.

* Nella mia cucina, in quella degli altri non so.