Due cose in cui ho creduto e continuo a credere, vorrei segnare qui

«Almeno due cose in cui ho creduto lungo il mio cammino e continuo a credere, vorrei segnare qui. Una è la passione per una cultura globale, il rifiuto della incomunicabilità specialistica per tener viva un’immagine di cultura come un tratto unitario, di cui fa parte ogni aspetto del conoscere e del fare, e in cui i vari discorsi d’ogni specifica ricerca e produzione fanno parte di quel discorso generale che è la storia degli uomini, quale dobbiamo riuscire a padroneggiare e sviluppare in senso finalmente umano.

(E la letteratura dovrebbe appunto stare in mezzo ai linguaggi diversi e tener viva la comunicazione tra di essi.)

Un’altra mia passione è quella per una lotta politica e una cultura (e letteratura) come formazione di una nuova classe dirigente. (O classe tout court, se classe è solo quella che ha coscienza di classe, come in Marx.) Ho sempre lavorato e lavoro con questo in mente: vedere prender forma la classe dirigente nuova, e contribuire a dare ad essa un segno, un’impronta».

Italo Calvino, in AA.VV., La generazione degli anni difficili, Laterza 1962, pp. 86-87.

Immagine di copertina: da Wikipedia, Oslo 7 aprile 1961, «Dagbladets», fotografo: Johan Brun.

Una pagina di Luca Canali

«Me il Partito mi aveva salvato, a vent’anni ero finito, tutto, corpo e anima, camminavo con il bastone, assetato, bucato dalle iniezioni, dopo aver fatto per semplice amore e amicizia anche il mezzano ai liberatori, procurato loro alcol e seniorine, fatto con loro il bagno nel fiume ascoltandoli con gioia chiamarmi Luk mentre nuotavo subito dopo il pranzo fra i muraglioni infuocati senza più le forze di un tempo, un affanno, una delusione di tutto poi. CanaliCosa aveva portato la liberazione per me oltre al boogie-woogie e il gioco delle tre carte nelle strade? Il fascismo era crollato, in cui avevo creduto poi non più, il timore delle retate, dei campi di concentramento, della renitenza di leva passato anche quello, mi sembrava impossibile poter entrare liberamente in un cinema, in un casino con le porte forate dai colpi di baionetta da cui spiare coiti e finti lamenti, andare dovunque mi piacesse, nulla era vietato, ma non poteva essere questa la libertà, disporre di giornate vuote, la sera fare la fila dietro un albero in attesa della dattilografa che si alzava le vesti per arrotondare il salario, sentirsi pesare addosso come piombo gli abiti intrisi di pioggia,

l’inverno senza ombrello senza fede senza odio senza amore, sempre assenti e sempre dolorosamente presenti il padre e la madre

l’inverno senza ombrello senza fede senza odio senza amore, sempre assenti e sempre dolorosamente presenti il padre e la madre, come nelle notti di plenilunio dieci anni prima in comitiva rasente il bosco sentivo un terrore vacuo, per poi sognare una molle massa tonda che mi schiacciava come un insetto, la sensazione si trasferiva alla base della lingua, un cercine di gomma, o sfuggito alla Wehrmacht dopo l’armistizio nella casa ipotecata degli avi in montagna risalivo ansimante il pendio con mio padre, le stoppie mi ferivano i polpacci, i cani mi ululavano dentro, la zia ci accolse insonnolita, contrariata anche, indicandoci il pagliericcio di foglie di granturco su cui mio padre dormì russando come sempre, io invece a rivoltarmi fino all’alba sentendo le foglie secche frusciarmi sotto, e l’angoscia di non avere più nulla, oltre la vita, una vita che doveva avere un senso oltre la fame, la sete, la stanchezza, la tristezza, la gratifica di fantasie lubriche, se dovunque si fuggiva e si moriva senza sapere perché, se odiavo il mondo perché lo amavo troppo, se non offrivo nulla per paura di essere respinto, se respingevo tutto per il rancore di un antico presunto rifiuto, se mi sembrava di smarrirmi perché ognuno prendeva la sua strada e mi lasciava solo, senza che sospettassi di poter prendere anch’io la mia o di andare con gli altri. Perciò forse tra i momenti più belli della mia vita erano stati il match con i guantoni da gioco con un tracagnotto che pestai senza odio godendo della precisione dei miei diretti attraverso la sua guardia, e il rito collettivo della sigaretta fumata intorno al fontanile fra noi fuggiaschi passandoci la cicca dopo ogni tirata,

l’urto vittorioso o l’inserimento nel circuito umano

l’urto vittorioso o l’inserimento nel circuito umano, potrei aggiungere gli agguati con fionde di elastici da cartoleria, decenne appena detronizzato dalla nascita della sorella, dietro l’angolo della chiesa a scoccare uncini di filo elettrico sulle natiche delle ragazze, quando mia madre mi vide passando di lì per caso, e non riusciva a credere ai suoi occhi, il piacere che mi procurò esserle apparso a quel modo, un’espressione nuova, non più il bambino triste tutto della sua mamma, di stradaiolo invece con la sua banda e appetibili bersagli. Ma era pochino per sopravvivere a quello che mi sembrava il crollo di tutto, al vuoto rimasto dopo la nausea delle prime Chesterfield e l’insopportabile cefalea pulsante per l’alimentazione irregolare e la fornicazione spinta, così senza credere più in me cercai fuori di me, e trovai due cose, Clodilia e il Partito, che tenni disperatamente strette, ma che avrei ugualmente perduto in seguito, pagando così la necessità di appoggiarmi ad altri per essere forte, di chiedere per poter dare, la mia ignoranza di umiltà, di corroboranti sconfitte, di abbandoni che fossero scoperte di ciò che veramente, intimamente ero».

Luca Canali, Ci chiamavano teppisti rossi, Marsilio 1996, pp. 48-50.

Marmellata di lamponi e gelatina di lamponi (Lev Tolstoj, «Anna Karenina»)

«Per un secondo sentì che condivideva il sentimento di Agafija Michàilovna, e cioè la scontentezza perché si cuocevano i lamponi senz’acqua e in generale per l’influenza estranea scerbatskiana. Però sorrise e si avvicinò alla moglie».

Così Lévin, in Anna Karenina, percepisce che fra l’amore (quello maiuscolo: cioè, con tutte le risposte possibili) e sua moglie Kitty Scerbàtskaja lo scarto appare anche in forma di acqua nella marmellata.

Molti anni dopo, Viktor Sklovskij in Zoo o lettere non d’amore scrive che «si irritava Lévin…quando vedeva che in casa cuocevano la marmellata non secondo il suo metodo, ma secondo quello della famiglia di Kitty». Sklovskij è in Germania e aggiunge: «Gli usi di qui mi irritano!». In particolare non tollera l’abitudine tedesca della piega ai pantaloni: è come la marmellata di Kitty.

A Pokròvskoje, sulla terrazza della casa dei Lévin, sono riunite molte donne. Con Kitty, che aspetta un figlio, ci sono sua madre, sua sorella Dolly, l’amica Vàregnka; governanti, bambinaie. E Agàfija Michàilovna, che mandava avanti la casa di Lévin prima del matrimonio; cioè, prima dell’arrivo di Kitty.

Alicia Vikander - Kitty. Particolare da una foto di Laurie Sparham sul set del film Anna Karenina (2012)
Alicia Vikander – Kitty. Particolare da una foto di Laurie Sparham sul set del film Anna Karenina (2012)

Le donne chiacchierano, cuciono, sferruzzano; fanno le fasce per il nascituro. In un angolo, cuociono i lamponi, sorvegliati dai Agàfija Michàilovna che «doveva essere portata a persuadersi che anche senz’acqua la marmellata sarebbe riuscita bene». Accaldata e aggrondata, Agàfija fa dondolare le casseruole guardando i lamponi e «desiderando con tutta l’anima che si rapprendessero e non finissero di cuocere».

A sua volta, la madre di Kitty sorveglia Agafija. Come «principale consigliera nella cottura dei lamponi», sa, la principessa, di essere causa e bersaglio di quella collera. Fa finta di niente ma intanto non perde d’occhio il braciere e le casseruole. Dolly schiuma lo zucchero col cucchiaio: «Su, adesso mi pare che sia pronta… Continua ancora un poco Agàfija Michàilovna».

Fra loro, le signore conversano in francese, perché Agàfija non capisca. Naturalmente si parla anche della storia d’amore fra Anna Karenina e Vrònskij. Di ritorno dalla campagna, Lévin – che chiama la suocera principessa invece che maman come dovrebbe – si sente un poco un intruso. Poi chiede ad Aglàfija: «Va bene con il nuovo metodo?». Interviene Kitty: maman, dice, è entusiasta dei cibi sotto sale preparati da Aglàfija. E Aglàfija: «Non mi consolate, signora. Io, ecco, vi guardo con lui e sono allegra».

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Marmellata di lamponi, Russia 1870

Ingredienti. Un chilo di lamponi, 800 grammi di zucchero.

→ Lavare i lamponi e scolarli bene. Metterli in una terrina con lo zucchero, mescolare e fare riposare per 12 ore.

→ Il giorno dopo, cuocere i lamponi nella casseruola, mescolando spesso. E’ molto importante che la marmellata raggiunga la cottura giusta. Per chi non ha molta esperienza, ecco alcuni metodi di valutazione della cottura. Versare un cucchiaio di marmellata su un piatto inclinato. Se il composto scorre a fatica, la marmellata è pronta. Oppure: versare un cucchiaio di marmellata in una tazza piena d’acqua; se va a fondo senza sciogliersi, vuol dire che è cotta. Infine: immergere un cucchiaio nella marmellata, sollevarlo rapidamente e in senso orizzontale; la marmellata è pronta se scivola giù in una sola grande goccia.

→ Invasarla ancora calda, chiudere ermeticamente e conservare al buio e al fresco.

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Gelatina di lamponi, Russia 1870

Ingredienti. 500 grammi di succo di lamponi (7-800 grammi di lamponi), 375 grammi di zucchero, 100 grammi di acqua.

→ Far cuocere i lamponi a fuoco leggero, mescolando spesso, finché saranno divenuti poltiglia. Rovesciare il tutto su una tela di lino e lasciarla sospesa per 12 ore per raccogliere tutto il succo. Il giorno dopo, far cuocere l’acqua con lo zucchero, sempre mescolando spesso; quando lo sciroppo bolle, unire il succo di lampone e continuare la cottura per il tempo necessario.

→ La gelatina è pronta se, rovesciandone una goccia sul piatto, questa rimane alta e solida. Invasare e chiudere ermeticamente.

(Da: Oretta BongarzoniPranzi d’autore, Ed. Riuniti 1994, pp. 109-112. Da un po’ di tempo pubblico sul blog le ricette e le pagine tratte da un vecchio libro di mia madre. Chi vuol sapere perché lo sto facendopuò leggere qui.)


AGGIORNAMENTO, 18/12/2022

Torna in libreria Pranzi d’autore, grazie a minimum fax. Una nuova edizione delle ricette letterarie di Oretta Bongarzoni. Di Pranzi d’autore ho scritto così tanto, su questo sito, che non riesco ad aggiungere altro. Sono felice di avere trovato un editore che lo riproponesse. Voglio solo festeggiare.


Antonio Gramsci ritratto da Victor Serge

Serge

«Antonio Gramsci viveva a Vienna da emigrato laborioso e bohémien, tardi a letto la notte, tardi levato il mattino, militando con il Comitato illegale del PC d’Italia. Portava una testa pesante dalla fronte alta e larga, dalla bocca sottile, su un corpo gracile, quadrato di spalle e spezzato in avanti, da gobbo. Le sue mani gracili e fini avevano un fascino nel gestire. Inetto nel trantran dell’esistenza quotidiana, facile a perdersi la sera in strade che pure gli erano familiari, a prendere un tram per un altro, noncurante della comodità del giaciglio e della qualità del pasto, era intelligentemente di questo mondo. Rotto per intuito alla dialettica, pronto a scovare il falso per farlo sgonfiare con una punta ironica, vedeva molto chiaro. Ci interrogammo sui duecentocinquantamila operai ammessi di un solo colpo nel PC russo all’indomani della morte di Lenin. Che cosa valevano questi proletari, se avevano atteso la morte di Vladimir Il’ič per venire al partito? Dopo Matteotti, deputato come lui, minacciato come lui, come lui infermo e debole, esecrato ma rispettato da Mussolini, Gramsci era rimasto a Roma per continuare la lotta.

Raccontava volentieri aneddoti sulla sua infanzia miserabile; come per poco non si era fatto prete, come aveva deciso la famiglia; spogliava con certe risatine sarcastiche vari dignitari del fascismo che conosceva bene.

Raccontava volentieri aneddoti sulla sua infanzia miserabile; come per poco non si era fatto prete, come aveva deciso la famiglia; spogliava con certe risatine sarcastiche vari dignitari del fascismo che conosceva bene. Quando la crisi russa cominciò ad aggravarsi, Gramsci, per non esserne lacerato, si fece rimandare in Italia dal suo partito, lui che la sua deformità e la sua vasta fronte rendevano riconoscibile alla prima occhiata. Imprigionato nel giugno 1928 con Umberto Terracini e alcuni altri, la prigione lo mantenne al di fuori delle lotte di tendenza che provocarono quasi dappertutto l’eliminazione dei militanti della sua generazione. I nostri anni furono per lui anni di resistenza ostinata. (Uscito dalla deportazione in Russia, ero appena arrivato a Parigi e seguivo una manifestazione del Fronte popolare, nel 1937, dodici anni più tardi, quando mi misero in mano un manifestino comunista con il ritratto di Antonio Gramsci, morto il 27 aprile di quell’anno in un’infermeria penitenziaria d’Italia, dopo otto anni di prigionia.)»

Solo una da una moltitudine di pagine splendide: Victor Serge, Memorie di un rivoluzionario, Edizioni E/O, pp. 210-211.