Su Affari Italiani un brano da «Stati di grazia»: l’altro Paride

Argentina

Su Affari Italiani è uscito un estratto di Stati di grazia (il Saggiatore 2014, L’altro Paride, pp. 61 sgg):

A trent’anni saluta i suoi morti, il nero della valle di Enna, il lezzo dell’antimonio e spreme i ricordi sul labbro ed è già buio, si getta dal buco dov’è cresciuto verso il passaggio della vecchia vita che guida alla nuova col nome nuovo, sente la spinta, il travaglio, nasce e niente più argano, calcherone, fiato della discenderia, ustioni sul corrimano, punte di trapano, scoppi della dinamite, nudità sotto terra perché lascia l’isola…

PROSEGUE SU AFFARI ITALIANI.

Amen

giraffa

– Padrone –
«Fino a pochi mesi fa ero l’incredulo. Come si dice, vivevo e lasciavo vivere (nichilisticamente). Adesso, convertito a un culto di idee, logica, dover essere, esibire morale, ho acquistato uno zoo. Il mio primo gesto è che ho ucciso una giraffa, che per mio volere era nata. Poi l’ho smembrata e sventrata davanti a cento bambini e in pubblico streaming. Poi ne ho gettato i brandelli in pasto a un leone, perché la carne non andasse sprecata. Il cibo non si getta, è pazzia. Tutto è alimento. Io stesso nutro il culto che servo, sono concime delle idee autorità che mi hanno. Poi ho risparmiato la vita a una seconda giraffa, che doveva anch’essa morire. Perché l’ho fatto? Perché ogni mio gesto è didattico e ho mostrato lo schiso d’arbitrio che l’uomo ritiene nel mondo. Capita che l’idea consenta all’uomo di scegliere. Così la seconda giraffa ancora cammina, respira; per misericordia dell’idea autorità e piccolo arbitrio dell’uomo che sono. Amen.»

– Coro –
«Ogni gesto perpetrato sulla prima giraffa presuppone il dominio abominevole, usurpato dell’idea sulla vita.»

– Zoo –
«Io sono la scena ma, d’ora in poi, forse anche il mondo.»

– Seconda giraffa –
«Io sono la vita che l’idea gestante partorisce, nutre e poi termina, se vorrà. Io sono illecita, poiché l’idea non dovrebbe, non potrebbe fare me né disfarmi. Ma, a questo punto, io voglio vivere. E nessuno ha il diritto di uccidermi.»

Paride Sanchis

Donna e bambini
(foto: Archivio Storico Cgil Nazionale)

Angela cucina timballi che m’assomigliano col fatto di afflosciarsi nei giorni e marcire e per il risucchio della salsa fin troppo acquosa. Sono il naufrago del condimento. M’aggrappo alle zattere di mozzarella, alla melanzana. Navigo il sugo senz’arrivare. Affiorano capperi, olive cadavere. Io sono la foglia del basilico scheletro. Io sono unto, sgualcito, sapido e annego. Pronuncio l’addio e il buon appetito. Profetizzo il mio andare a male, coltivo il disprezzo non etico dell’insegnante che ero.

(Stati di grazia, il Saggiatore 2014, Gli ultimi giorni di Paride Sanchis, p. 15).