Un sogno

Ho sognato che Fidel Castro girava un documentario su Gregory Peck. Lo riprendeva durante un monologo in una piantagione di canne da zucchero. Lo inquadrava dal basso. Fidel Castro, sdraiato per terra con la telecamera nascosta in una valigia di pelle, istruiva Gregory Peck in spanglish o qualcosa di simile: “sigue hablando hasta que we show some photos of your family life”. Anche Gregory Peck aveva la barba. E parlava, parlava… Ora che ci penso, forse non era Gregory Peck. Forse era Julio Cortázar. (L’altra notte mi sono preparato un paio di rum&cola. Poi però mi sono accorto di non averci messo rum, ma tequila)

Andreotti

Quando ero piccolo un’automobile mi investì sulla Flacca. Potevo lasciarci le penne ma così non fu e dopo 20 giorni mi dimisero. Ma avevo dolore all’addome, una trentina di punti e camminavo gobbo. Una zia che venne a trovarmi in un posto lì sul mare, disse: “Stai dritto, altrimenti sembri Andreotti!” E io: “Chi è Andreotti?” E lei: “Ma come, non sai chi è Andreotti? Guarda, d’estate vive laggiù”. E mi indicò un promontorio lontano, dov’era una villa in un bosco mediterraneo. “Lui è lì. Ora ti osserva. Lui sa tutto.” La zia rideva, ma io mica tanto. Avevo appena imparato Andreotti. Non un uomo – per me. Neppure un uomo politico – per me. Una creatura occhiuta, capace di guardarmi da lontano, vedere quanto soffrivo e approfittarne; e simile a me, curva e sopravvissuta come me. Poi gli anni sono passati, ma quell’impressione mi è rimasta: l’impressione di aver percepito un occhio che poteva vedermi e sapermi, invisibile. Uno sguardo dal quale mantenermi distante. Il potere.