Mariasole Ariot

Undicesimo giorno

[…]

ditele che il mondo è il retaggio di una madre, ditele che è un cratere spento, ditele che l’uomo ha fame dell’umano, ditele che la fame non è innocente

[…]

Dodicesimo giorno

[…]

ditele che il giorno ha smesso di parlare, ditele che grido, ditele che è bianco, ditele che è forma

[…]

Tredicesimo giorno

[…]

ditele che il niente ha il peso di un oggetto, ditele che il vuoto non è cavo, ditele che parlo.

[…]

Ventitreesimo giorno

[…]

ditele che il consiglio è: evaporare, ditele che un foro non è un passaggio, ditele che non passa, ditele che hanno cartografato il vuoto

***

Da Mariasole Ariot, Anatomie della luce, Nino Aragno Editore, 2017.

Leggete Mariasole Ariot, leggetela in tutto quello che pubblica, anche su Nazione Indiana.

E’ sempre una sorpresa e un incanto.

(Non troverete parole confortevoli, ma sincere e nuove.)

A Peter Handke (rivisitato)

Gentile Peter Handke, Le propongo uno scambio.

Lei mi dà la Sua ora del vero sentire. Io Le do la mia, di ora del vero sentire. Le cedo il mio, ma d’ora in poi Suo, vero sentire il tanfo del tempo che il mio, ma d’ora in poi Suo, asfalto trasuda e diffonde.

Le cedo l’eco dei televisori eiaculata dai balconi della mia, ma d’ora in poi Sua, città di nascita e vita. Le cedo il miles gloriosus, il coatto, il Palazzo, il gatto e la gattara, la mazzetta, il Ponentino, il borghese in terrazzo, le palazzine, il palazzinaro e lo scempio, l’ignorante al potere, la frittata del garagista notturno (nella mia, ma d’ora in poi Sua, ora del vero sentire).

Le cedo il Suv e il TMax, il giudice bricoleur, la strada dove hanno trovato Aldo Moro, la strada dove hanno ammazzato Walter Rossi, la strada dove hanno ammazzato Giorgiana Masi.

Le cedo la memoria di tutti i morti ammazzati di Roma da Matteotti a Pasolini a Stefano Cucchi, e le polveri sottili, gli alberi secchi di Castro Pretorio, i gabbiani della mondezza, il ghigno dei pariolini, la bio-strafottenza di Prati, tutte le botteghe, tutti i bottegai, i ratti, le voragini, gli stupri, la clinica dove è morta mia madre, l’ospedale dove è morto mio padre, l’angolo tra il muro e il termosifone dove è morta la gatta (nel mio, ma d’ora in poi Suo, vero sentire), il salto nell’iperspazio sul Muro Torto, l’ipocrisia delle piste ciclabili, Piazza San Giovanni prostituita ai populisti, i cardinali gay che torturano i gay, Le cedo i lupercali e il me ne frego, Le cedo la capitale mondiale dell’incontinenza.

In cambio voglio solo il Suo, ma d’ora in poi mio, vero sentire.

Spero Lei voglia accettare (me faccia sape’).

La storia in gioco

Nella scuola del Nord s’alza un ragazzo e chiede:

“Perché l’hai chiamato Koba? Perché la centrale nucleare?”.

Più tardi la professoressa mi spiega: “Sai, lui è bravissimo. Studia più di tutti gli altri. Ha 7 in latino! Viene dal Marocco”. Come si fa a non tifare per lui? Buon vento, ragazzo.

 

Per l’autoarchivio D.O. (Bergamo, Pistoia, Mplr)

«Mio padre la rivoluzione» va in ristampa

Cattive notizie. Mio padre la rivoluzione (minimum fax) va in ristampa. Qualcuno se lo dovrà ricomprare.

Due is megl che one.

Il libro continua a sollevare curiosità, e mi fa piacere. Qui sotto riporto giusto uno stralcio da un’intervista che mi hanno fatto i redattori di Focus In, rivista curata da italiani espatriati a Parigi:

«Nel bel capitolo con protagonista Gianni Rodari il tono si fa più dolce, più leggero, quasi nostalgico, commuove il poeta che si salva grazie ad una favola. Come ti è venuta l’idea di dare a Rodari comunista in terra sovietica questo bel ruolo?»

«Il racconto Il poeta sul Volga è stato un dono degli archivi. Non avevo alcuna intenzione di scriverlo. Mi chiedevo come scrivere di Lenin e non avevo ancora deciso nulla. Frequentavo l’archivio della Fondazione Gramsci a Roma per un’altra ricerca, parallela ai lavori preparatori per Mio padre la rivoluzione, e mi imbattei in un fascicolo sulle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin (1870-1970). C’era un opuscolo del Pcus che conteneva istruzioni per tutti i partiti comunisti mondiali e chiedeva tra l’altro che inviassero giornalisti, scrittori e via elencando in Unione Sovietica per raccontare la storia, o più precisamente il mito di Lenin. In quegli stessi giorni – poco prima o poco dopo, non ricordo – trovai su «Paese Sera» del 1969 un reportage in quattro puntate firmato da Gianni Rodari. Era un viaggio nei luoghi di Vladimir Il´ič Ul´janov, e nel tempo della sua infanzia: la casa paterna, quella del nonno, le stanze da letto, i giochi, gli indumenti. Folgorazione, direi. Il racconto era già nelle carte dell’archivio e dell’emeroteca. Non restava che scriverlo».

Mentre qui sono diventato il personaggio di un racconto/recensione, scritto da Danilo Zagaria:

«Capita, a volte, che un autore s’intrufoli in magazzini poco sorvegliati o in sotterranei farmaceutici, e da lì rubi agenti teratogeni, flaconi che se svuotati possono indurre la materia a mutare, a sviluppare in modo anomalo vaste regioni di corpi, di narrazioni, di storie. Capita anche che, tale autore, utilizzi la sostanza mutagena per raggiungere un preciso obiettivo: ingrossare e deformare per osservare meglio, alterare e ricombinare per poter comparare e confrontare, trasformare il materiale per riuscire a stregare, attraverso la sempiterna fascinazione che il mostruoso suscita in chi lo scruta, il lettore».

Prosegue su Crapula Club.

Segnalo anche un’intervista a cura di Serena Granata, su Bergamo News, uscita in occasione delle iniziative del Premio Bergamo.