Daniele Giglioli recensisce Città distrutte sul Corriere della Sera

Un’altra bellissima recensione per Città distrutte. Sei biografie infedeli. La firma Daniele Giglioli su La Lettura, l’inserto domenicale del Corriere della Sera.

“Diceva Giacomo Debenedetti che ci sono due tipi di artisti. Il primo è dotato di una felice facoltà di forgiare quasi naturalmente delle forme, cui solo in un secondo momento, e non sempre, si preoccupa di fornire una giustificazione in termini di significato. Il secondo è invece abitato e tormentato dall’oscura intuizione di un qualche senso da esprimere, e si fabbrica poi artigianalmente, spesso faticosamente, una forma in grado di portarlo in luce. Davide Orecchio, al suo esordio con Città distrutte. Sei biografie infedeli, è senz’altro del secondo tipo. Il procedimento costruttivo che presiede ai suoi racconti è complesso, tortuoso, labirintico. Orecchio crea personaggi di invenzione cui attribuisce però, attraverso una certosina opera di documentazione in cui si vale dei suoi studi dì storico, tratti, caratteristiche, vicende, opinioni, lettere e diari appartenenti a personaggi reali. Cose vere ascritte a persone inesistenti. Alla fine di ogni capitolo, una nota distingue puntigliosamente tra storico e inventato, esibendo testimonianze, bibliografie, verbali di polizia, faldoni d’archivio. Ma non dissipa i dubbi, anche perché Orecchio dissemina i testi di una pletora di riferimenti a filosofi o critici o biografi anch’essi immaginari: come dice Pinco Pallino… La frontiera tra vero e falso – e non, semplicemente, tra vero e finto, come accade di solito nel romanzo storico, se non nel romanzo tout court – è attraversata in ogni senso.

Il lettore è perennemente in sospensione, la prestazione che gli viene richiesta è una geometria variabile tra l’ansia e l’abbandono. La stessa in cui si aggirano i protagonisti dei racconti. Tema e struttura, visione e artificio si saldano perfettamente.

lalettura

Lo sfondo su cui Orecchio accampa le sue storie è quasi sempre la storia tragica del Novecento: fascismo, comunismo, campagna d’Etiopia, resistenza, guerra fredda, dittature sudamericane. Una ragazza argentina si sacrifica per la sua compagna di cella. Un ex bracciante molisano insegue il sogno di riscatto che lo renderà da vecchio deputato a Roma, ormai incapacitato a cambiare alcunché. Un giornalista siciliano compie tutta la traiettoria che dal lungo viaggio attraverso il fascismo lo porta a iscriversi al Pci, sempre amaro a se stesso, sempre inutile agli altri. Un regista sovietico (cui sono attribuiti molti tratti di Tarkovskij) vegeta quattro anni di esilio a Roma dove non riesce a realizzare il film che i burocrati gli hanno sabotato in patria. Una poetessa scriverà tutta la vita senza pubblicare mai una poesia. Un diplomatico tedesco al tempo di Napoleone viene rivestito dei turbamenti di Wilhelm von Humboldt. Tutte città distrutte, prima ancora che dalla violenza della storia, da una sorta di centro vuoto di inazione, di dubbio, di incompiutezza che li attira in basso come un edificio che collassi. Vita, sembrano dire, è aspirare a ascendere mentre si discende.

Orecchio si difende bene dall’influenza dei suoi antecedenti. Non ci sono catastrofi vistose come in Sebald. Né arabeschi metafisici come in Borges. Né il sorriso taoista e latitudinario con cui Giuseppe Pontiggia contemplava le sue Vite di uomini non illustri.

Piuttosto un lento soccombere a una lotta vana ma non indecorosa, resa in una scrittura di grandi mezzi, innervata di continui cambiamenti di ritmo, pause riflessive e accelerazioni vertiginose, con un materiale metaforico di prim’ordine, mai esornativo, sempre aderente all’oggetto: «L’altra metà del secolo porta tracce di Migliorisi come una camicia scolorisce a ogni lavaggio».

Fantasmi già in vita, solo nella finzione i personaggi acquistano presenza. Non a caso tra loro ci sono tanti scrittori mancati. Soltanto l’arte trionfa nella e sulla storia. Che a un risultato così amaro si arrivi per vie tortuose è giusto e condivisibile. Compiacersene sarebbe volgare. Povera arte, povera storia, poveri noi”.

QUI IL TESTO ORIGINALE

Questa recensione è molto bella, e molto importante per me. Gli anni trascorsi in solitudine a scrivere mirano anche a questo: non solo a una recensione apparsa sul Corriere (di per sé un evento eccezionale e lieto, del quale ancora stento a capacitarmi), ma che un animo lontano entri in sintonia col tuo lavoro, e lo comprenda.

Diffidare, diffidare, diffidare

Diffidare delle donne e degli uomini che offrono amori biodegradabili. Solo la durata conta. La sabbia diventa roccia e la rena si cementa. Solido, granitico, ferrigno: questi gli aggettivi da usare. Un’offerta a basso costo nasconde merce che non vale. Già negli occhi che non si fermano su di te e scappano troverai l’inganno. Ma attenzione: non è ora, l’inganno; è stato appena concepito, solo nei mesi fiorirà. Ora ottieni amore a lunga conservazione, ossia a scadenza fissata, con la sua morte già nel codice. Nel tempo, contro il tempo resiste, al contrario, la conquista sudata. Durare. Fare la strada assieme. Merita ogni sacrificio.

Il sentiero verso Barbalbero

Questo Barbalbero, un acero pluricentenario ricoperto di muschio, vive nella California del nord. Più a nord di San Francisco. Più a nord di Eureka, porto lagunare dove lo scrittore Raymond Carver trascorse, facendo il taglialegna, un paio d’anni della sua vita a felicità intermittente.

Barbalbero vive poco più a sud di Crescent City, e a un paio d’ore dal confine con l’Oregon. Abita nel Tall Trees Grove, un loop circolare di sequoie millenarie e altri fascinosi arbusti conficcati nella parte più profonda e remota della foresta, nella riserva naturale del Redwood National Park.

Per arrivare al suo bosco si deve scendere per un sentiero di ciottoli, pietre, tronchi caduti e sgusciati. E quando si pensa di essere arrivati, quello è il momento di continuare a scendere. Il Grove l’annuncia un fiume che scorre a sinistra del cammino, e un silenzio perturbante lo introduce. Continua a leggere “Il sentiero verso Barbalbero”