Cupo come Dresda d’inverno

Durante un tramonto viola come la carta d’identità di un agente dell’Nkvd, passai ancora una volta la Cortina di Ferro.

Ogni volta che lei aveva un orgasmo, la sua bocca gli ricordava una piccola finestra ovale del Teatro Kirov per la quale un tempo nutriva sentimenti d’affetto.

Dopotutto, uno dei piaceri più alti della vita è leggere un libro di bellezza perfetta, ancora più piacevole è rileggere il libro; più piacevole di tutto è darlo alla persona che ami.

Ero orfano del sole come Dresda d’inverno.

[da William T. Vollmann, Europe Central, Viking Press 2005, traduz. mia]

Aspetti ordinari del tempo

 

«Il fondamento del realismo — pare impossibile — è la durata, non è la rappresentazione oggettiva. La rappresentazione oggettiva può anche non essere realista, può essere surrealista. La durata è realista, è legata al tempo, il tempo fa sì che le cose si presentino oggettivamente. Il nouveau roman fu uno sforzo, coronato qualche volta anche da successo, di sottrarre la durata dal romanzo. Cioè di estrarla come si estraggono le ossa da un pollo. Ora, questo è proprio della poesia, non del romanzo. Il romanzo comincia sempre: “Nel 1780 nacque il Tal dei Tali… “. La durata è legata al tempo che l’uomo vive. È il metro con cui vengono scritti i romanzi e anche i libri di storia».

« […] La durata è fondamentale, la durata vuol dire storia, e la storia è fondamentale. Perché la durata è fondamentale? Perché è il più grande mistero di tutti. La durata è Dio, insomma. Perché il tempo passa? Perché uno nasce, cresce e muore? Il nouveau roman e i surrealisti vorrebbero uscire da questa trappola. È un tentativo che è molto interessante, indubbiamente, ma insomma il tempo è Dio. È Dio che è il tempo. Il mondo esiste, dura, perché? È un mistero e il mistero è Dio. Tutto ciò che non si spiega è Dio».

ALBERTO MORAVIA

Voto disgiunto

Voto disgiunto

– La storia è su quanto accade visto da fuori, la memoria è su quanto accade visto da dentro.
Ágnes Heller

– Il problema dei racconti trockisti è che vengono più lunghi del previsto. L’altro mese ho scritto un racconto trockista, doveva essere di 20mila battute, ed è venuto di 60mila. Ieri ho finito un altro racconto trockista, doveva essere uno scherzo di 10mila battute, ed è venuto di 61mila. Credo dipenda dalla presunzione di permanenza, di essere permanenti e ininterrotte, che hanno direi ontologicamente un po’ tutte le cose trockiste (spazi inclusi). Nella ragione pratica o pragmatica questo consegue in racconti più lunghi del previsto, ma certo non permanenti; l’ennesima sconfitta del trockismo. Spero che nella Roma di Virginia Raggi la vita di un estensore negletto (non trockista) di racconti negletti trockisti possa proseguire. Non vorrei passare da una potenziale permanenza a una dissolvenza concreta.

– Fosse vivo, DFW scriverebbe un racconto sul marito wag di Virginia Raggi, abbandonato, separato da lei, col cuore infranto domestico, eppure fiero e tifoso, che domani si autocancellerà su Snapchat.

– A Stromboli la chiamano l’ora del vero sentire, dopo l’ultimo bagno calpestano una sabbia non più incandescente, sassi docili finalmente, salgono verso la stanza sulla spiaggia di Ficogrande tra le barche dei pescatori, fra le reti coi sugheri e l’odore di granchio essiccato, salutano i ragazzini che giocano a calcio sulla sabbia non infuocata, vanno alla stanza, alla doccia, alla camicia bianca di lino, all’abito di lino vermiglio che mostra i piccoli segni sulle spalle dove il sole non le ha abbronzate, aprono le sedie di paglia sul terrazzo sul mare, versano l’aranciata rossa e il Campari nelle coppe, tra i cubi di ghiaccio, si volgono al tramonto su Strombolicchio, al crepuscolo sulle barche, sui flutti, sulla nave cisterna, sull’ultimo aliscafo del giorno che viene forse da Napoli, forse dalla Calabria, vedono anche i gatti che passano, e i cani, e i gabbiani sopra di loro, e il calabrone, tra poco lasceranno le sedie e il terrazzo, andranno alla scala di pietre più lunga, più alta, che le porterà in alto a un sentiero tra i fichi, tra i capperi, e questi creano il loro profumo, non indossano profumi, avranno in prestito l’odore dei fichi e dei capperi, avranno la torcia per il ritorno, e le maglie di cotone a nido d’ape per la frescura, superato un canneto, un boschetto di ulivi, una chiesa, una piazza mangeranno pesce spada con l’olio e il prezzemolo, se avranno fortuna mangeranno calamari ripieni, scenderà la notte tra poco col suo nero di seppia, ma non ancora, ma non ora che chiamano l’ora del vero sentire, anche a Stromboli, anche loro.

– Lui vota a sinistra, ma tratta male i camerieri al ristorante. #votodisgiunto

– «Ragazzi, sono fiera di annunciarvi che i miei contadini hanno votato tutti per Rifondazione comunista» (un liceo di Roma centro, anni ’90).

Nascerà un altro Bob Dylan?

dylan

L’anno cinque del novecento nel porto sul Mar Nero di Odessa nacque un papavero nero, i suoi treti col sapore di odio, quando si scatena un’isteria di pogrom antisemiti e Zigman Zimmerman decise che non ne può più, l’impero russo l’impoverisce e lo lincia, Zigman pensò primum vivere, s’imbarca su una nave, cerca rifugio in un nuovo paese, incontrò muri?, fili spinati?, forse, ma non così irresistibili, non così invalicabili da impedirgli di scendere negli Stati Uniti d’America, e Zimmerman emigra nella città di Duluth, e prese a lavorare come ambulante nel Minnesota, e riparava le scarpe, e creò una famiglia, e fu libero di vivere e di non morire linciato.

Non è che allora il mondo fosse gentile (noi lo sappiamo, perché sappiamo tutto, perché sfogliamo la vita del mondo passata), ma a volte consentiva la fuga, non sempre era governato da uno spirito di muri e fili spinati, e, se allora il mondo fosse stato governato da uno spirito di muri e fili spinati, Zigman Zimmerman non sarebbe mai arrivato a Duluth, e sua moglie Anna non l’avrebbe raggiunto mai dall’Ucraina, e Zigman e Anna non avrebbero avuto mai il figlio Abe Zimmerman che nacque nell’undici, e Abe (neppure nato) non avrebbe sposato mai Beatrice Stone il dieci giugno del trentaquattro, e Beatrice Stone neppure sarebbe mai nata se la madre Florence Edelstein non fosse sbarcata coi genitori Benjamin e Lybba dalla Lituania, e così Florence (neppure sbarcata) non avrebbe mai sposato a Hibbing nel Minnesota Ben Stone né avrebbe messo al mondo la figlia Beatrice nel quindici (l’anno dell’aloe per l’igiene del mondo, per le sue cicatrici), e così Abe (neppure nato) e Beatrice (neppure nata) non avrebbero avuto mai il figlio Robert Allen Zimmerman che nacque nel maggio del quarantuno, e così, se allora il mondo fosse stato governato dallo spirito di muri e fili spinati, il mondo non avrebbe mai avuto Bob Dylan, figlio di Beatrice e Abe, figlio del viaggio di Zigman Zimmerman.

E se non puoi viaggiare o il viaggio ti uccide, tu sei il padre o la madre di non sapremo mai chi, e da questo spirito odierno del mondo fatto di muri e fili spinati tuo figlio non nascerà, i tuoi nipoti non nasceranno, non nasceranno altri Bob Dylan figli del viaggio, nasceranno invece cloni perfetti e mediocri al di qua del muro, e l’uomo nuovo ripeterà il vecchio, vivrà poco più a lungo ma sarà come il vecchio al di qua del muro, e l’uomo nuovo vivrà sempre più a lungo ma sarà come morto al di qua del muro, a meno che lo spirito del mondo non cambi, ma cambiare lo spirito del mondo al di qua del muro, al di là del muro, è prerogativa dell’uomo.

[ Sulla famiglia di Bob Dylan e le sue origini cfr. Howard Sounes, Down the Highway: The Life of Bob Dylan ]