La sala di sorveglianza sismica

Di recente ho visitato la Sala di sorveglianza sismica dell’Istituto nazionale di geofisica. Qui è dove controllano 24 ore su 24 le scosse in Italia. Un orologio atomico scandisce il tempo. Dodici schermi su una parete intera di metri quadrati rilevano i segnali dalle stazioni sismiche. La magnitudo varia sulla mappa in sfere di colori diversi. Il rosso è il più grave. C’è anche un telefono rosso, e uno bianco: servono per comunicare col ministero dell’Interno e la protezione civile. Mentre ero nella sala, già 13 terremoti erano avvenuti, in poche ore, non percepiti da nessuno probabilmente. La rete sismica mondiale – mi hanno spiegato all’Ingv – nasce con la Guerra fredda. Presero a fare i test nucleari sotto terra, e a camuffarli nelle zone sismiche, dentro le onde sismiche. Così, per avere intelligenza gli uni degli altri, e dell’altrui potenza nucleare, svilupparono la scienza dei sismometri, e la tecnologia che ci resta.

ingv

Filippo Tuena, una lettera sui «Memoriali»

Pochi giorni fa Filippo Tuena mi ha inviato questa lettera sullo stato del romanzo (qui al link su Nazione Indiana anche un estratto), introducendo temi ed esiti del suo ultimo libro appena uscito, i «Memoriali sul caso Schumann». Ne discuteremo assieme il 19 novembre in una libreria romana (vedi la locandina sotto). Tuena è uno Scrittore che seguo sempre con ammirazione. Dal suo laboratorio escono pezzi unici; nulla che assomigli a qualcos’altro di suo; nulla che riproduca altro. Quella di Tuena è una scrittura coraggiosa. Ieri ho finito di leggere i Memoriali, ma il bene che ne penso preferisco argomentarlo il 19, quando avrò la fortuna di discuterne con l’autore.

17.21 Ho cambiato idea. Scrivo qualcosa qui: “Memoriali sul caso Schumann”. E molte VARIAZIONI sul tema. Un romanzo di lettere, soliloqui, diari. Testimoni che citano testimonianze altrui. Epistolari che citano memorie altrui. Sedute spiritiche. Versioni dei fatti ricordate in prima persona, oppure riportate. Ma ricordi di cosa? Di eventi vecchi anni e decenni. Una scrittura che è quasi una regia: delle voci, dei personaggi. Al centro la follia di un genio. Quasi mezzo secolo dopo un altro genio (mentre ormai “sposta solo le virgole”) si interroga: quanto ha ereditato dall’uomo impazzito, dall’Altro? Forse tutta la sua vita di creazioni è stata un dialogo, la prosecuzione dell’Altro. In questo senso ogni creazione è condivisa. Con i fantasmi. Con gli Altri. Filippo Tuena viaggia nell’epoca che ha inventato (e s’è illusa su) l’onnipotenza dell’Io (e del suo doppio), e ne torna con una storia che porta il magistero del Noi. ]

 

LETTERA SULLO STATO DEL ROMANZO
Filippo Tuena

«Caro Davide,
la scorsa estate facemmo una chiacchierata al bar della Casa del Cinema a Roma a proposito dello stato del nostro modo d’intendere la parola romanzo. Fu una conversazione teorica, basata su quel che bolliva in pentola, sulla nostra officina privata. A quattro mesi di distanza la teoria è diventata pratica e il mio ‘Memoriali sul caso Schumann’ (il Saggiatore) è in libreria. Dunque torno sull’argomento, perché questo libro è strettamente legato a quei discorsi da caffè che facemmo allora.

Parafrasando Dürrennmatt, ‘Memoriali’ è il mio requiem per il romanzo, inteso come l’ho inteso io negli ultimi quindici anni di lavoro. Chiude il discorso iniziato con ‘La grande ombra’ e proseguito, via via, con ‘Le variazioni Reinach’, ‘Ultimo parallelo’ e ‘Stranieri alla terra’. Ovvero una meditazione sulla narrativa biografica, e la ricostruzione – attraverso i meccanismi della narrazione e lo stile – di figure storiche ed eventi reali. Dopo la follia di Schumann, che qui si rappresenta, non credo che affronterò più questo genere di narrativa. Altre cose mi premono, più personali, autobiografiche, minimali. Dunque con questo libro termino un periodo lungo e, per quel che mi riguarda, fecondo. Ma lo chiudo perché credo d’aver toccato la radice del problema. E, proprio per questo motivo, il libro è molto più feroce e spietato di altri che ho scritto.

‘Memoriali’ è il mio requiem per il romanzo, inteso come l’ho inteso io negli ultimi quindici anni

In queste pagine si dà voce a sei testimoni del precipizio nel quale scivolò Robert Schumann negli ultimi anni di vita. Come al solito ho lavorato su documenti, testimonianze dirette, ascolti musicali. Credo d’esser andato vicino alla soluzione, d’averla sfiorata, forse inconsapevolmente, forse con determinazione ma, appunto, l’ho sfiorata. Mi accorgo, a fatica terminata, sfogliando il libro fresco di stampa, che neppure le sei voci trovano la soluzione al quesito: perché Schumann si rinchiuse nella follia, e di chi era la responsabilità di quell’evento. In realtà queste voci non trovano comunicazione in alcun modo. Falliscono le situazioni affettive, falliscono le soluzioni artistiche, mancano il bersaglio anche quelle più fantastiche.

Senza rendermene conto mi sono affidato a personaggi che manifestano un’impossibilità affettiva, imperfezioni fisiche e caratteriali o, si potrebbe altrettanto bene dire, il meccanismo affabulatorio ha preteso voci balbettanti, per il ruolo di testimoni.

Questi personaggi imperfetti, incompiuti, reticenti – per impossibilità più che per volontà – informano, comunicano, forniscono al lettore le coordinate, ma non mettono la parola fine alla questione. Né dal punto di vista stilistico, né da quello storico. In breve, focalizzano il problema ma manifestano la loro impotenza.

Da dove nasce questa impotenza? Me lo son chiesto mentre lavoravo all’ultimo memoriale del libro, quello che attribuisco a un Johannes Brahms senile che, seguendo le teorie del suo medico curante, Joseph Breuer, prova a dar libero corso ai suoi ricordi, ai suoi rimorsi. L’ho scritto praticamente di getto e mi sono accorto che era in questo scrivere per associazioni che il libro trovava la sua conclusione formale e una soluzione inaspettata, ancorché parziale. E’ stato lo svolgersi della scrittura a offrirmi uno spiraglio, non la schematicità del genere romanzo.

Del romanzo tradizionale ho rinunciato agli orpelli – in questo libro c’è un solo luogo descritto più volte: il giardino del manicomio di Endenich; pochissimi discorsi diretti; e invece un frequente ricorso al genere epistolare e diaristico o al soliloquio. Dunque, è in questa direzione che sto andando, poiché mi sembra più sincera, più diretta, più efficace. L’estensore di un epistolario conosce perfettamente il destinatario dei suoi scritti. Sa quali sono i suoi punti deboli, sa come colpire, sa come blandire. Il diario o il soliloquio – chiamalo se vuoi monologo interiore – riguardano esclusivamente colui che scrive o che bisbiglia. Rinunciano a spiegare, chiudono la comunicazione col mondo esterno. In cambio, si può procedere nelle profondità. Il lettore può inserirsi in queste pagine, può osservare, ma spesso deve ammettere la propria impotenza quando si parla di cose a lui ignote. Percepisce l’accadere di eventi ‘altri’ ma ne è irrimediabilmente escluso.

Così accade sovente allo scrivente di rendersi conto che non scrive per il lettore ma per il rispetto della pagina, non altro. E quella pagina deve contenere solo quel che serve, non mai tutto quel che lo scrivente sa. Diceva Voltaire – cito a memoria – ‘Vuoi annoiare qualcuno? Raccontagli tutto.’

Il lettore che legge i diari, i memoriali, gli epistolari qui ricostruiti si trova sempre a margine. Nulla gli è veramente spiegato. Ma può ricostruire la sua versione dei fatti, mettendosi in gioco, beninteso.

Questa narrativa procede per sottrazioni; anzi, trae persino origine dalle sottrazioni. In alcuni casi è sottrazione anche dalla sintassi, dal bel periodare. Nei ‘Memoriali’ ce ne sono diversi esempi.

Ora si potrebbe obiettare: se il risultato è non arrivare alla soluzione, hai sbagliato. L’architettura che hai messo su non consente né ai personaggi, né al lettore di soddisfare la propria ricerca di verità.

E se invece fosse proprio questo l’obiettivo finale della scrittura: NON arrivare alla verità?

Dissento. E se invece fosse proprio questo l’obiettivo finale della scrittura: NON arrivare alla verità e questo libro lo dimostrasse? Che la presa d’atto dell’impotenza e del fallimento fosse una splendida vittoria? La mia formazione di storico d’arte mi porta ad accettare anche questo come un risultato positivo. Ammetto che una soluzione del genere mi appagherebbe, vedrebbe soddisfatte le mie aspirazioni di narratore e magari dimostrerebbe che le privazioni che mi sono imposto nella stesura del libro conducono più in profondità lettore, personaggi ed autore. Toccano il nocciolo della questione.

Tempo fa, in un’altra chiacchierata, pubblica questa, mi venne spontaneo affermare che ‘lo scrittore è uno che rompe le cose’. Più specificatamente, ‘che rompe il romanzo’; più specificatamente ancora, ‘che accosta tra loro i frammenti del romanzo nel quale s’è imbattuto’. Insomma: è uno che spacca le cose per vedere come son fatte e poi racconta questo romperle e cercare di rimetterle assieme.

Ripeto, a cose fatte, mi accorgo che è successo questo. Ed è per questo motivo che il libro termina con uno sberleffo, rivolto a me, più che agli altri artefici della vicenda.

Sarà il lettore a dissentire o condividere la mia analisi, ma con tali premesse è evidente che ‘Memoriali sul caso Schumann’ porta alle conclusioni la mia riflessione sulla scrittura narrativa. Non sul mio scrivere.

Stai bene. Grazie dell’ospitalità.
Filippo»

 

invito

Due pezzi su Parigi

Sugli attacchi a Parigi del 13/14 novembre segnalo due pezzi che non potrebbero essere più distanti e diversi.

(I)

Uno scrittore italiano (Giacomo Sartori), racconta la geografia e la sociologia di questi massacri, e ferma lo sguardo sui quartieri colpiti di Parigi, zone d’incontro e dialogo, zone di meticciato e apertura:

Un tempio della “mixité” preso come bersaglio

«Questi invece sono i quartieri della “mixité”, belli e vivi proprio per la gran mescola di culture e abitudini, e per la tolleranza che è dipinta su tante facce e si respira nell’aria. Direi che il Bataclan, con le svariatissime forme di musica e gli spettacoli molto diversi che propone, può essere considerato un tempio della “mixité”. E paradossalmente è proprio questa Francia più aperta e mista che è forse, o comunque lo sarebbe, più propensa a capire le ragioni e i problemi dei giovani che si sono radicalizzati, che viene presa come bersaglio. Una Francia che certo non vuole sentire parlare di Front National e di derive populiste. Il terrorismo finisce sempre per prendersela con chi gli è “strutturalmente” più vicino (pensiamo al Partito comunista nei nostri anni di piombo, pensiamo proprio a Charlie Hebdo)».

L’articolo integrale, che consiglio vivamente di leggere, è su Nazione Indiana

© Marco Merlini / Cgil Roma 14 novembre 2015 Fiaccolata silenziosa in piazza del Popolo per ricordare le vittime dei tragici attentati di Parigi
© Marco Merlini / Cgil
Roma 14 novembre 2015
Fiaccolata silenziosa in piazza del Popolo per ricordare le vittime dei tragici attentati di Parigi

(II)

Sul Corriere della Sera Marco Imarisio intervista Jean Guisnel, “esperto di questioni militari e servizi segreti”:

«Il perchè è molto semplice. La Francia è in prima linea negli affari del Medio Oriente. E’ in prima linea quasi da sola nel Mali, dove combatte gli estremisti islamici. Ed è almeno in seconda linea nella guerra a bassa intensità contro l’Isis, colpendo con i suoi aerei in Iraq e Siria. Piccolo dettaglio, sul suo territorio c’è la più grande comunità islamica d’Europa».

Manna («Scritture», Esodo 16)

« “Or avvenne che la sera arrivarono tante quaglie, da ricoprire il campo. Al mattino, poi, uno strato di rugiada era tutto intorno all’accampamento, e ricopriva il suolo.

Apparve allora nel deserto una cosa minuta, come pestata nel mortaio, simile alla brina sulla terra. Vistala, i figli di Israele si dicevano uno all’altro: ‘Manhu?’, che vuol dire ‘Che cos’è questa?’. Non sapevano infatti che cosa fosse.

Mosè allora disse:

‘Questo è il pane che il Signore vi ha dato per nutrirvi. Questo è il comando che vi dà il Signore:

– Ciascuno ne raccolga quanto basta per il suo nutrimento.
– Ne prenderete un gomor a testa, secondo il numero delle persone che abitano con voi nella vostra tenda’.

Fecero dunque così i figli di Israele, e ne raccolsero chi più chi meno. Ma misurandola alla misura di un gomor, né chi più ne aveva raccolta ne ebbe di più, né chi ne aveva presa meno se ne ritrovò meno; ma a ciascuno ne toccò quanta ne poteva mangiare.

E disse a loro Mosè: ‘Nessuno ne serbi per domani’. Essi non gli diedero retta e alcuni ne lasciarono fino alla mattina dopo; ma cominciò a mandar fuori i vermi, e s’imputridì; e Mosè si sdegnò con quelli. Ne raccoglievano, dunque, ciascuno quanto ne aveva bisogno per la sua razione al mattino, che al calore del sole si liquefaceva”.


Manna
(Israele, 1949)

Ingredienti. 4 mele renette, 2 cucchiai di miele, un pizzico di zenzero in polvere, una tazza di panna, qualche spicchio di pompelmo.

→ Tritare le mele e ridurle in poltiglia. Unire il miele, lo zenzero e infine, delicatamente, la panna montata. Distribuire il composto in coppette, guarnire con spicchi di pompelmo e servire molto freddo ».

(Da: Oretta BongarzoniPranzi d’autore, Ed. Riuniti 1994, pp. 99-101. Da un po’ di tempo pubblico sul blog le ricette e le pagine tratte da un vecchio libro di mia madre. Chi vuol sapere perché lo sto facendopuò leggere qui.)

Questa è l’ultima ricetta che pubblico. A 20 anni esatti dalla morte di mia madre. Ricetta ispirata a un miracolo.

Alla memoria di O.B.

1939 – 1995


AGGIORNAMENTO, 18/11/2022

Torna in libreria Pranzi d’autore, grazie a minimum fax. Una nuova edizione delle ricette letterarie di Oretta Bongarzoni. Di Pranzi d’autore ho scritto così tanto, su questo sito, che non riesco ad aggiungere altro. Sono felice di avere trovato un editore che lo riproponesse. Voglio solo festeggiare.