Luciano Gallino

In 15 anni di lavoro sul lavoro, Luciano Gallino mi è capitato di leggerlo e intervistarlo molte volte. Spesso al telefono, registrando la sua voce bassa e riflessiva che mi arrivava dalla lontana Torino. Lavorare sul lavoro, in questi 15 anni, per me ha significato anche e soprattutto testimoniare dal mio piccolo osservatorio una dissipazione e disgregazione apparentemente inesorabili. Sono stati rari i giorni delle buone notizie. E sempre più buia la scena, non solo per colpa dei governi Berlusconi. In questo buio i libri e il pensiero di Gallino sono stati una luce saggia, ostinata e ribelle. Credo per molti di noi. Non dimenticherò questo intellettuale e la sua rivolta contro un mondo che cambiava in peggio e nell’ingiustizia. Ma se torniamo sulle sue pagine, e sulle sue parole, troveremo anche un mondo di proposte: servono come l’ossigeno a una sinistra che voglia rimettersi a discutere il mondo, che voglia cambiarlo di nuovo, ancora: il mondo.

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P.S.

Ho pranzato coi plumcake. Per cena gli asparagi. E cioccolata fondente. Poi ho guardato un film di Wes Anderson. E ho spedito una mail col Post Scriptum. Che senso ha spedire una mail col P.S.? Nessuno! Ma credo sia sexy.

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David Peace: gli elettori vogliono questo oggi

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«Come giudica Jeremy Corbyn, il nuovo leader del partito?»

«Sono fiero di averlo votato alle primarie. Negli ultimi anni il Labour non ha avuto niente a che fare con il socialismo. Corbyn è il miglior leader che potessimo avere dopo Harold Wilson e Michael Foot. E, finalmente, incarna ciò che penso: più sanità pubblica, più Stato, più sindacati, meno austerity, meno finanza speculativa. È un momento storico per noi e gli elettori vogliono questo oggi. Basta andare nei pub o scendere in strada per capirlo».

David Peace, intervista a Repubblica, La mia maledetta Inghilterra, 29 ottobre 2015.

«L’arcano» di Saer, un libro da non perdere

Torna in Italia, grazie a la Nuova frontiera, L’arcano (El entenado, 1983) di Juan José Saer. Invidio chi non l’abbia ancora letto. Saer costruisce un romanzo attorno alla vera storia di Francisco del Puerto, un orfano dell’occidente, un mozzo, un figliastro, che trascorse dieci anni (1516-1527) tra i colastiné del Río de la Plata, indigeni antropofagi.

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