Laureato in filosofia presso l’Università di Aix-en-Provence (suo paese natale) nel 1946, dopo un’esperienza nell’insegnamento scolastico entra in ruolo nel medesimo ateneo nel 1950. Manterrà la cattedra di filosofia per oltre quattro decenni partecipando attivamente alla vita amministrativa della Facoltà e dirigendo il Dipartimento di filosofia. Negli anni 60 e 70 è eletto due volte all’Assemblea nazionale nelle fila del Partito socialista. Svolge un ruolo importante, partecipando all’elaborazione della legge per l’edilizia popolare, del codice della strada, e contribuendo alla riforma dell’istruzione del 1975. In seguito abbandona l’attività politica per dedicarsi esclusivamente alla ricerca e all’insegnamento, che, in qualità di professore emerito, manterrà fino al 2006. Continua a leggere “Nota sulla vita e le opere di Patrice Vuillarde (1920-2007)”
Up, slowly #2
La chiave del ritorno
La CHIAVE DEL RITORNO è lunga 9 metri e pesa circa una tonnellata. L’hanno costruita nel campo profughi di Aida, Betlemme, un modo simbolico per riaprirsi la strada verso casa, l’hanno poggiata contro il Muro, e poi l’hanno trasportata alla biennale di Berlino.
Linkiesta su Città distrutte
Versi impressi, Linkiesta, 11 giugno 2012
Clelia Verde, Biografie infedeli
Questo “non salvarsi” di Mario Benedetti, che rimane un imperativo categorico per chiunque voglia vivere o scrivere degnamente, aleggia su Città distrutte di Davide Orecchio, collezione (edita da Gaffi) di «sei biografie infedeli» (personaggi immaginari composti attingendo a fonti di personaggi reali); esordio letterario di uno storico (o, forse, storico esordio di un letterato) appena insignito del premio Mondello. Per l’autore è una delle preferenze letterarie manifestate tra le righe (e l’eroina argentina del folgorante racconto iniziale s’appassiona proprio all’opera di Mario Benedetti). Il non salvarsi del poeta uruguayano è come il principio di una narrativa mai facile, che ama e segue i suoi non/eroi proprio nel momento in cui si rassegnano e si lasciano vivere fino alla morte, macerie umane struggenti e vere. Una narrativa che riesce a illuminare i fatti con la luce mesta e fredda del “è accaduto, riaccadrà” e a presentarceli come se si svolgessero in un ambiente scarno e infausto. Siano essi drammatici, sublimi, banali o ripetitivi, tutti i fatti sono impregnati da questa luce amara. È la scrittura il tutto; è la scrittura a nobilitare il “normale”, a non rendere retorico l’eroismo, a entrare dentro, a scandagliare l’essere umano e a rivoltarlo in tutti i suoi aspetti più intimi e contraddittori. Il collegamento, poi, a fatti e documenti reali, più o meno labile e più o meno veritiero (bello il sistema delle citazioni), sconcerta il lettore, lo proietta in una dimensione metanarrativa che crea dipendenza. Le biografie di Orecchio sono poetiche e questo poeticamente abitare rende i protagonisti lontani da quel fallimento cui le loro vite vanno inesorabilmente incontro. La bellezza delle rovine? Non servire più a nulla, scriveva Fernando Pessoa ne Il libro dell’Inquietudine. Orecchio va oltre: costruisce un giardino inglese sulle rovine vere o finte dei suoi personaggi. Tira via le erbacce, semina, drena, usa i suoi ruderi come sostegno per i rampicanti. Crea rogge dove convogliare il tempo, questa ossessione che vedremo scorrere all’infinito in modo naturale, ora impetuoso ora disperso in mille rivoli. Come uno stato d’animo. Visto dall’alto il libro di Orecchio non è un cumulo di rovine ma un’oasi nel panorama letterario nostrano, dove gli innesti tra reale e immaginario sono tutti andati a buon fine.
