Pasolini: nessuno di noi ha radici

1 luglio 1959
«Ho cenato con Pier Paolo Pasolini, per discutere sul romanzo Una vita violenta. […] Mi ha colpito come Pasolini fosse riuscito a raccontare le borgate romane dopo essere stato tanto intriso del Friuli. Dal dialetto romano al gergo romanesco. “Come hai potuto immedesimarti in due realtà tanto diverse? Quali sono le tue vere radici?”. La mia domanda prima lo diverte poi lo intristisce. Mi spiega con dialettica convincente tra paradosso e ragione che nessuno di noi ha radici. Quello delle radici è un luogo comune. “Nessuno di noi ha radici: chissà da dove veniamo. Le radici le germiniamo di giorno in giorno. Chi vive e non vegeta le getta rigogliose, chi non ama la vita le dissecca sul nascere. Io non mi sento radicato in nessun luogo, né a Bologna dove sono nato, né in Friuli dove ho conosciuto giorni chiari e altri scuri, né a Roma dove ora vivo. Mi affianco alle persone sapendo già che non sono legami eterni: cerco di serbare fedeltà all’intelligenza, questo conta per capire, per giudicare, per non essere sconfitto dalle illusioni. So bene che ritenere di avere il monopolio dell’intelligenza è deleterio. Nessuno è meno grande di chi si convince di esserlo. Partendo dalla realtà talvolta mi sbizzarrisco nell’utopia, ma so che devo tornare a terra e camminare tra cemento, fango e polvere”».

da Davide Lajolo, Ventiquattro anni, Rizzoli 1981, p. 288.

Due cose in cui ho creduto e continuo a credere, vorrei segnare qui

«Almeno due cose in cui ho creduto lungo il mio cammino e continuo a credere, vorrei segnare qui. Una è la passione per una cultura globale, il rifiuto della incomunicabilità specialistica per tener viva un’immagine di cultura come un tratto unitario, di cui fa parte ogni aspetto del conoscere e del fare, e in cui i vari discorsi d’ogni specifica ricerca e produzione fanno parte di quel discorso generale che è la storia degli uomini, quale dobbiamo riuscire a padroneggiare e sviluppare in senso finalmente umano.

(E la letteratura dovrebbe appunto stare in mezzo ai linguaggi diversi e tener viva la comunicazione tra di essi.)

Un’altra mia passione è quella per una lotta politica e una cultura (e letteratura) come formazione di una nuova classe dirigente. (O classe tout court, se classe è solo quella che ha coscienza di classe, come in Marx.) Ho sempre lavorato e lavoro con questo in mente: vedere prender forma la classe dirigente nuova, e contribuire a dare ad essa un segno, un’impronta».

Italo Calvino, in AA.VV., La generazione degli anni difficili, Laterza 1962, pp. 86-87.

Immagine di copertina: da Wikipedia, Oslo 7 aprile 1961, «Dagbladets», fotografo: Johan Brun.

L’inverno pareva un’unica lunga notte

«L’inverno pareva un’unica lunga notte; e la città sentiva intorno a sé il vuoto aspro della campagna, si ripiegava su se stessa per non perdere il poco tepore del suo alito. La redazione del Politecnico era allora non lontana dalla cappella dell’antico lazzaretto manzoniano, in un quartiere ch’era diventato il porto di mare dei camionisti, allora re delle strade, e dei borsari neri; fitto di donne, di osterie, di sale da ballo. Dagli alberghi di piazza d’Annunzio, dove, con i loro carri armati al parcheggio, stavano acquartierati, calavano al crepuscolo i militari occupanti.

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla con i cortei di disoccupati, e i comizi. Qualche volta il Politecnico veniva incollato ai muri cittadini; e ci dava un brivido d’orgoglio vedere i nomi e i pensieri della poesia e dell’arte, di un amore che si era sempre creduto votato all’ombra e al riserbo, tremare all’aria e alla nebbia, lettura dei passanti, dei reduci dagli occhi smorti, dei vagabondi. Talvolta si andava nei circoli operai, nelle fabbriche, a parlare del Politecnico. Ricordo una sera, verso piazzale Corvetto, una specie di hangar mal illuminato, pieno di operai, di donne con i bambini sulle ginocchia; e ascoltavano parlare del Politecnico come di una cosa loro, come si trattasse del loro lavoro e della loro salute, e interrogavano, volevano sapere».

Franco Fortini, Dieci inverni 1947-1957, Feltrinelli, Milano 1957, pp. 44-45.

Città distrutte cinque anni dopo

A quasi cinque anni dalla sua uscita, Città distrutte suscita ancora qualche riflessione. A cominciare da quelle di Riccardo Castellana che, in un saggio notevole su La biofiction. Teoria, storia, problemi, pubblicato su «Allegoria», 70-71, osserva: «Per Città distrutte, a rigore, non dovrei parlare di biofiction, perché nessuno dei personaggi di queste sei biografie infedeli porta il nome di una persona reale: è assente cioè il nome proprio come “designatore rigido”, direbbero i filosofi del linguaggio, capace di assicurare il legame tra la persona reale e la sua “controparte” finzionale. Eppure, credo che in questo caso l’eccezione possa essere giustificata dal modo in cui Orecchio costruisce i propri personaggi, rendendone trasparente l’origine e dichiarando nel paratesto i modelli di partenza».

[…]

«E procedimenti analoghi sono messi in atto quando i biografati sono uomini e donne realmente esistiti, a volte famosi come Tarkovskij, ma in altri casi oscuri e dimenticati, “vite minuscole” (per citare Pierre Michon) come quelle del sindacalista Nicola Crapsi, del giornalista Alfredo Orecchio, o della scrittrice Oretta Bongarzoni. Il palinsesto biografico è sempre scrupolosamente ricavato da autentici documenti d’archivio, come lettere e pagine di diario, sempre citati tra virgolette, e la sua natura autenticamente documentaria è dichiarata nel peritesto. La finzionalità formale di queste brevi narrazioni eterodiegetiche non sta nel privilegio dell’onniscienza (cui Orecchio non ricorre mai), ma nelle crepe della simulazione del discorso fattuale: negli inserti autofinzionali con cui il narratore commenta il disfacimento fisico e morale dei suoi personaggi o ne prende congedo, o negli appelli ad auctoritates inesistenti, come il Patrice Vuillarde citato in apertura di libro, fantastico nume tutelare che ritorna anche in altri lavori dell’autore».

«Ircocervi solo apparentemente postmoderni, le creature di Orecchio sono rappresentative di un’epoca, hanno caratteri realistici, talvolta addirittura tipici. Grazie a questo singolarissimo espediente (e grazie anche alla non comune qualità stilistica della prosa di Orecchio, in assoluto una delle migliori di questi anni), il Novecento, dal fascismo al colonialismo, fino alla guerra fredda e alle dittature sudamericane ci si mostra per il tramite di vite individuali il cui fallimento esistenziale (la “distruzione” cui allude il titolo) è indice della tragicità e dell’orrore della storia».

Marco Mongelli, su Le parole e le cose, (Osservare e dire le vite altrui: breve introduzione alla biofiction), proseguendo ragionamenti analoghi sulla letteratura biofinzionale scrive:

«Il contesto contemporaneo della biografia di finzione è costellato da una miriade di forme diverse, tanto che sembra che ogni testo faccia categoria in proprio. Sarebbe inutile stilare qui una lista e per questo mi limiterò a indicare i testi più noti di una pratica autoriale che vede una prima emergenza all’inizio degli anni ‘80, in seguito al successo di massa di opere, spesso mediocri, a carattere biografico, in Italia ma non solo. Nel 1983 escono L’enciclopedia dei morti di Danilo Kiš e Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice; l’anno dopo le Vies minuscules di Pierre Michon. Negli ultimi dieci anni vanno segnalati almeno, in ambito francese, Ravel (2006), Courir (2008) e Des éclairs (2010) di Jean Echenoz e il celeberrimo Limonov (2011) di Emmanuel Carrère, e in ambito italiano, l’eccellente esordio di Davide Orecchio, Città Distrutte. Sei biografie infedeli (2012)».

Infine su Alias (e poi Le parole e le coseGiovanni Pellini cita Città distrutte nella sua recensione delle Vite minuscole di Pierre Michon.